Pessimismo? Forse solo realismo

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benjaminda la Rubrica di Benjamin

Quando il mondo che ti circonda diventa caotico, incomprensibile, quando le notizie si accavallano con un ritmo continuo, senza tregua e senza lasciarti il tempo di organizzarle e di riflettere, quando la tua mente è stata occupata in tutti i suoi spazi dal clima che impazzisce, dall’ I. A. che sembra voler operare una rivoluzione tecnocentrica per relegare l’uomo ai confini del mondo, da una politica corrotta e contorta, da una televisione che oramai non si vergogna di rifilarci in ogni tg la passerella di politici che non hanno niente da dire; con “il mare nostrum” che è diventato la tomba di migliaia e migliaia di famiglie e di bambini che in cerca di un futuro hanno trovato una morte tragica e inumana, con lavoratori che ogni giorno trovano la morte tra gli ingranaggi di una politica del lavoro incapace di porre fine alle morti bianche, con le immani distruzioni provocate da guerre che hanno provocato centinaia di migliaia di morti, di cui decine e decine di migliaia di bambini rapiti, scomparsi, uccisi… beh, la tentazione di ritirarti nel privato sembra la logica conseguenza di un mondo impazzito che giorno dopo giorno divora se stesso.

 

 

Nessuno vuole più ascoltare; ognuno ritiene di poter fare da solo per un eccesso di ubris che non ha mai fatto bene né al singolo né alla comunità; ai cittadini non resta altro che rabbia e impotenza con la consapevolezza che la loro presenza serve solo a misurare il saliscendi dei decimali di gradimento dei partiti e dei politici.

Pare che il cittadino sia diventato carne di … sondaggio!

E’ questo il momento in cui la ragione tende a intorpidirsi lasciando il campo a emozioni , sentimenti che ti rimandano ad un mondo lontano dove non si era persa la sensibilità per la bellezza, per la gentilezza, per la gratitudine che sembrano essere scomparse in una globalizzazione disorganica dove la tecnica è venerata come la nuova divinità.

In questo ripiegamento nella sfera del privato, all’improvviso, si affacciano parole, versi, pochi, che ti riportano indietro nel tempo dando l’illusione di un età dell’oro scomparsa che ti fa sembrare tutto bello e giusto.

Come questi pochi versi che dedico alla mia famiglia; chiedo scusa in anticipo per un misto di dialetti slang che, in ogni caso, credo, rendano comprensibile il senso che voglio condividere con chi avrà la bontà di volerli leggere.

‘ Na Vita’

Ne so passati ‘e anni e so stati tutti belli

pure quanno suffrivi e chiacgnivi.

Te guardi areto e vir’ nu’ sole e na’ passione

ca sul’a gioventù po’ regalà.

Ma ogni tiemp nasconne sempe na’ surpresa

e a’ vita cagna subbeto culore.

Perciò nun me importa si se ne so ghiute

Pecchè aggiù fatto nu viaggio

Ca tra gioie e dulore è stato

‘o cchiù bello ca’ me poteva capità.

 

So che nei momenti di crisi non ci si può rifugiare nel privato, ma quando, forse perché l’età avanza, tendono a metterti ai margini del vivere sociale, vuol dire che per la comunità tu già non esisti più.

Oramai, nonostante Papa Francesco ribadisca sempre che i vecchi non rappresentano lo “scarto della società”, di fatto è una realtà. Ancora una volta, ho cercato di tradurre le mie sensazioni in alcuni versi, o, come credo, in un rap che va in cerca di un ritmo appropriato. Attendo?

Il Rap degli anziani

Da quando non lavoro

perché sono in pensione

nessuno più mi cerca, nessuno più mi vuole.

 

Eppur cose da dire ne avrei ancora tante

perché gli anni vissuti

ti offron le parole che sempre hai cercato

per dire cose nuove

con un vestito vecchio

fatto di tante pezze

tutte colorate dove ognuna

ha qualcosa da narrare

di questo mondo insano

dove la follia domina il creato.

 

Ma i giovani, si sa, son sempre

un po’ ribelli

 

non han voglia di ascoltare chi

con la sua vita ha già giocato.

Un gioco puro e duro

che ognuno vuole provare

perciò mal si concilia

con chi aspetta la fine.

 

Eppure l’esperienza, la pazienza,

con la prudenza e gli anni

sarebbero un valore

che potrebbe illuminare

strade impervie e accattivanti

che han il solo pregio

di confondere i viandanti.

 

Ma la modernità

ha portato via con sé

un patrimonio intero

di cure e di fatiche

che se non riscoperte

la sesta distruzione

è ormai quasi alle porte.

 

Non siamo gli scarti di una società

dedita al potere e al successo

perché portiam con noi

la grande forza

che ha sorretto

 

questo secolo breve

che pur tra morte e

immani distruzioni

ha posto, si, le basi

per un vivere civile.

 

Non rinunciate a “cuori antichi“

che sono le radici che aprono al futuro

perché la loro essenza

è l’essere il sale della terra.

 

Beniamino Iasiello

N.B.

Dalla settimana prossima, avendo creato un mio blog, trasferisco qualche pensiero e qualche verso su:

audesaperesemper.blogspot.com

per avere la possibilità di poter scrivere e intervenire su argomenti di attualità anche con poche e piccole riflessioni.

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