Dedalo e i labirinti

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benjaminChi è Dedalo? Un personaggio che appartiene al mondo della mitologia greca: un famoso scultore ed architetto che, per aver ucciso, per gelosia, il nipote Calo, fu accolto a Creta dove era re Minosse per il quale costruì il famoso labirinto dove rinchiudere il Minotauro. Un animale mostruoso con corpo di uomo e collo e testa di toro, nato dall’accoppiamento della moglie del re, Pasifae, con un toro divino di cui si era innamorata follemente.

E’ l’ultimo lavoro di Paolo Emilio Russo che, tra gli altri, ha voluto dedicarlo anche … agli indimenticabili amici. Segno che il paese e gli amici di quel tempo sono sempre nel suo cuore.

Il mito serve da cornice perché, in realtà, la sua narrazione affonda nel tessuto dei ricordi e di un viaggio che hanno scandito le fasi di un’esistenza che, nel farti percepire di essere diventato altro da quello che eri, ti porta ad un “redde rationem” che assume quasi un valore catartico.

 

 

In questo suo viaggio in treno, mentre sta ritornando al suo paese, ha la ventura di capitare vicino a Luca che altri non è che il suo doppio perché il suo IO si è sdoppiato in uno che narra ed un altro che ascolta. Luca è un signore a cui piace raccontare, mentre l’io narrante, prima leggermente infastidito e poi sempre più interessato, ascolta e pone domande.

Nell’ espediente dell’Io che si sdoppia e che è contemporaneamente soggetto ed oggetto, operazione difficile in psicologia, sembra di trovarsi nel bel mezzo di una seduta di psicoanalisi che richiede coraggio e sincerità per poterla affrontare perché da essa possono riemergere eventi ed episodi che per tanto tempo hai tenuto dentro di te senza aver mai avuto il coraggio di indagarne a fondo l’importanza e le conseguenze che, inconsciamente, hanno potuto determinare nel corso della vita.

Luca non ha avuto remore ad affermare che quei momenti di una vita lontana crearono un disagio forte da essere ancora presenti alla mente dopo tanti anni: le difficoltà dovute dal padroneggiare il dialetto, ma non la lingua italiana[1] (croce e delizia di tanti ragazzi di quel tempo),le difficoltà della scuola elementare, l’inadeguatezza per la mancanza di una base metodologica e di una non sicura conoscenza delle dinamiche psicologiche, E, soprattutto, rendersi conto che non sempre era stato circondato dalla fiducia necessaria di cui un ragazzo avverte la necessità per procedere sicuro nel cammino intrapreso.

Chissà, forse, scelte diverse, in quel periodo, avrebbero potuto aprire nuovi cieli e nuove terre, ma ciò che adesso conta per lui è la gratitudine e l’amore di tutti quelli che gli sono stati vicini e lo hanno sostenuto nelle scelte importanti della vita. Un uomo, come Luca, che ha attraversato il mondo della scuola come discente, docente e dirigente, pone al centro della sua riflessione … la scuola di cui ne ripercorre i momenti salienti attraverso una disamina delle proprie esperienze biografiche e sociali.

Ma, perché Dedalo e i labirinti? Forse perché, come il labirinto costruito da Dedalo, esso è la metafora di una scuola che non riesce a trovare una via d’uscita dalle difficoltà in cui si è ritrovata rinchiusa per l’incapacità di una classe politica che, nel tempo, ha burocratizzato un’istituzione che aveva bisogno di non perdere gli spazi propri legati al processo di trasmissione del sapere e della formazione della persona che da sempre ne hanno caratterizzato l’essenza.

La scuola Cenerentola per la quale non c’è nessun principe che con un bacio possa svegliarla da un sonno che sta generando mostri, né capace di scuoterla alla radice perché essa ha bisogno di una grande iniezione di fiducia (e di tanti soldi, perché riforme a costo zero non esistono) che può arrivare solo dalle famiglie che, rinsavite dal loro deleterio protagonismo, si rendano conto che la scuola oggi è stata svuotata consapevolmente (?) di ogni contenuto; è venuto meno l’entusiasmo dei docenti e degli stessi alunni, è marginale nel processo educativo, manca di capacità organizzative per il futuro dei giovani che sono la vera risorsa di questa società. Ha bisogno, soprattutto di un “Dedalo”, capace di costruire le ali per volare, l’unico modo per uscire fuori dal labirinto, e non … tentare goffi voli di azione o di parole, volando come vola il tacchino … per citare una bella canzone di Francesco Guccini.

Invece, oggi, dalle elementari alle superiori, dettano legge i genitori dai quali nessuno riesce più a prescindere: la scuola che per sua natura è spazio di libertà, da molti anni è diventata luogo di violenza morale, a volte anche fisica dove il genitore entra di prepotenza e mette addirittura in forse la libertà d’insegnamento, perché, oggi, grazie ai dispositivi tecnologici di cui tutti sono in possesso, ritiene che lo scibile sia rinchiuso in Internet per cui basta fare un “clik” per mortificare o annullare la figura del docente. Ma davvero è così?

Assolutamente no. Io penso che i genitori dovrebbero saper fare i genitori ed occuparsi e preoccuparsi per i loro figli senza invadere la sfera di competenza di altre istituzioni con le quali si colloquia, ma di cui non si diventa padroni. I genitori dovrebbero capire che una scuola siffatta non fa gli interessi dei propri figli che potranno essere anche promossi, ma non per questo avranno imparato molto di piĂą di quello che sanno loro. Una scuola così concepita diventa, semplicemente, il luogo dove stazionare i propri figli … intanto gli altri, quelli che possono, le èlites politiche, economiche inviano i loro figli a studiare, giĂ  da piccoli, nelle scuole estere dove lo studio è ancora sacrificio e sudore della fronte, per citare Antonio Gramsci, li mandano nelle migliori universitĂ  straniere dove si studia   e studiano per diventare classe dirigente.

Qualche tempo fa leggevo un’intervista fatta alla scrittrice Simonetta Agnello Horby che nel rispondere all’intervistatore diceva che sua madre la mandò, piccolissima, a studiare l’inglese perché era giusto che una fanciulla conoscesse due o tre lingue (italiano , francese, inglese). Quando negli anni 50/60 noi avevamo ancora problemi con l’italiano, i pochi già studiavano le lingue straniere perché, sapevano, molto prima di Don Milani, che erano le lingue a fare la differenza tra Gianni il figlio del contadino e Pierino il figlio del dottore. Noi ancora pasticciavamo tra dialetto e italiano, quando i pochi parlavano già, oltre ad un ottimo italiano, anche il francese, l’inglese e anche il tedesco!

Ecco perché i genitori dovrebbero ribellarsi non contro i docenti, che sembra siano diventati vittime sacrificali di un sistema privo di idee e incapace di agire e che, coraggiosamente!, scarica le proprie responsabilità sull’anello più debole dell’istituzione, cioè i docenti, ma contro una classe dirigente che perpetua un sistema di potere sulla pelle di milioni di studenti che alla fine della scuola navigheranno ancora nell’ignoranza; I figli della middle – class, con i loro genitori arroganti, saccenti e interventisti, corrono il rischio reale di restare ai margini di una società che finirà col penalizzarli sempre di più. E la storia del Covid 19 lo ha appena dimostrato.

Savoir c’ est pouvoir (il sapere è potere) diceva il filosofo Augusto Comte nell’Ottocento e da allora non è cambiato niente, anche se in forme e contesti diversi.

Ma da quando l’uomo sta al mondo, il sapere è stato sempre potere; l’illusione che uno è uguale a uno è la favola bella che i furbi raccontano agli ingenui per occupare semplicemente, e possibilmente in maniera permanente, il potere. E la politica italiana di questi ultimi anni ne è la prova manife

 

 Beniamino Iasiello



[1] l’esame di alcuni registri scolastici esaminati confermano che la maggior parte dei ragazzi presentava forti lacune in Italiano e Matematica, per le quali molti venivano respinti anche a settembre. La selezione era feroce: in una prima e seconda classe del 1931 su 47 frequentanti 21 furono promossi e 26 bocciati. Anno scolastico 1954/55 su 23 alunni, di cui 8 RIPETENTI!!, ne furono promossi, tra giugno e settembre, solo 12.

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