La scomparsa del padre 3°
I nostri genitori non sapevano di pedagogia né di psicologia eppure cercarono di assolvere il loro ruolo in maniera convinta e responsabile, educando i propri figli a quelli che ritenevano, forse un po’ ingenuamente, valori fondanti, universali, su cui si reggeva la società . Non avevano libri da poter consultare, di tecnologia appena conoscevano o, alcuni, possedevano la radio, ma erano dotati di quel sano buon senso che permetteva di capire come comportarsi e come rapportarsi, anche sbagliando, a volte, o spesso, ai processi evolutivi dei loro figli.
Diversamente dai genitori di oggi che sono diventati tutti pedagogisti, psicologi, sociologici “internauti” e, in virtù di ciò, pronti ad opporsi a tutto e a tutti perché il nuovo “verbo - social” ha assunto il crisma di una nuova fede.
Ma quali erano gli strumenti educativi di cui i nostri genitori si servivano? Non certamente il dialogo! E allora? Oltre a qualche energica e, in qualche caso, salutare, “mazziata”, era l’esempio, l’unico criterio educativo che conoscevano, che gli proveniva da un’esperienza antica tramandata nei secoli. Per carità non voglio affermare la superiorità del passato rispetto al presente perché ogni tempo ha i suoi modelli, le sue verità , suoi punti di vista che, forse, oggi, sono esasperati dalle famiglie che mettono in atto un iper protezionismo nei confronti dei figli che comporta danni per tutti.
Dovessi riconoscere il lascito di mio padre lo riassumerei in tre parole:
tolleranza: la capacità di non esprimere giudizi tranchant, ascoltare per cercare di capire il punto di vista dell’altro);
libertà : intesa come possibilità di scelta, assunzione di responsabilità (negli anni adolescenziali, momento di frontiera per tutti i ragazzi, mi concesse un margine di libertà molto più ampio di quello di cui godevano i miei amici; dormivo dai nonni materni per cui “sfuggivo” al controllo del rientro serale, e i nonni, si sa, erano e sono sempre pronti ad una piccola bugia per proteggere i nipoti!)
Non sempre feci buon uso della libertĂ concessami, ma anche le esperienze negative contribuirono alla mia formazione, che nel bene e nel male, hanno determinato il mio essere nel mondo;
onestĂ : (non quella dei grillini!) che ho ritenuto e ritengo un valore fondante di qualsiasi societĂ .
Chi era mio padre? Una persona di ampie vedute, dotata di molto buon senso, disponibile verso gli altri, incapace di portare odio verso chicchessia e con un forte senso della famiglia che mi trasmise. Grande lettore di romanzi di guerra, d’altra parte era stato soldato nella famosa “Folgore”. Avevo 11 anni, quando mi regalò l’abbonamento a “Storia Illustrata”, rivista mensile di storia, che fece nascere in me la curiosità di conoscere, di approfondire la storia del passato e la biografia dei grandi che “avevano fatto” la storia.
Rimasi legato alla rivista sino all’anno, 1991, in cui fu sospesa la pubblicazione del periodico. Tengo conservati ancora, gelosamente, molti numeri di “Storia Illustrata.
Credo che mio padre, per dirla con le parole dello psicanalista Massimo Recalcati, mi abbia indicato, attraverso la sua vita, non il senso dell’esistenza, ma che l’esistenza può avere un senso. Ed è quello di cui i figli, oggi, avrebbero bisogno: non di un padre – padrone, non di un padre perverso, ma di un padre – testimone che è ciò che resta, secondo Recalcati, della sua figura nel tempo dell’evaporazione del padre nella nostra società , di cui aveva parlato, già nel 1968, Jacques Lacan, filosofo e psichiatra francese. Ma questa è un’altra storia che credo valga la pena trattare insieme con quella del ruolo della madre nel processo educativo e la conseguente differenziazione in mamme “elicottero” e “tigri” che è, poi, dire cose vecchie con parole nuove.
Beniamino Iasiello

