La Scomparsa del Padre 2°

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benjaminLa scomparsa del padre, in veritĂ , era nato come “Era mio padre”: un ricordo di ciò che lui rappresentò per la mia educazione, per le mie scelte di vita. Custodire la memoria dei genitori, che non si esaurisca nella “festa” del 2 novembre, credo che possa farlo soltanto un figlio perchĂ©, per tutti gli altri, la sua presenza nella comunitĂ  finisce con la sua morte. Inoltre, riflettere sul proprio passato aiuta ad evitare eventuali errori futuri, e, non ultimo, a raccontare alcuni momenti della storia del paese. Non voglio alzare un peana a mio padre, nĂ© cogliere semplicemente incomprensioni, fratture generazionali, momenti di scontro come avveniva ed avviene in tutte le famiglie, ma ricordare che egli fu sempre presente nei momenti   di gioia e di grande tristezza esercitando sempre la sua potestasa volte in maniera forte (come si usava in quei tempi), in altre, grazie anche all’intervento materno, molto discretamente e con tanta pazienza e comprensionedi cui i figli non sono sempre capaci nei confronti dei propri genitori.  A volte mi capita di parlargli come se fosse presente e ascoltare le sue risposte perchĂ© so cosa lui pensava.     

 

 

 

I miei primi ricordi sono dei flashback come, quando molto piccolo, dal bar della nonna Clelia (sotto al Municipio) mi riportava, alla sera, in braccio a via Cortile dove eravamo in una casa a fitto. Ed ancora quando insieme con mia madre, zio Peppe e zia Emilia che, per me, hanno rappresentato una seconda famiglia, lo accompagnai al porto di Napoli perchĂ© emigrava in Venezuela: è rimasta dentro di me l’immagine di una nave enorme, di mio padre che si avviava verso l’imbarco e di un lillipuziano, cioè io, che nemmeno riusciva a scorgere la sommitĂ  della nave tanto era grande. 

Nel Comune, in quegli anni, vi era una forte disoccupazione che non poteva essere combattuta solo con l’istituzione dei “Cantieri di lavoro”, istituiti dal Ministero del Lavoro, per cui emigrare, per tanti cittadini, diventò una necessità. I Cantieri, una sorta di reddito di cittadinanza, servivano ad alleviare la disoccupazione, a mettere in circolazione una discreta quantità di danaro e consentire all’Amministrazione comunale di servirsi della forza – lavoro presente nel Comune per ristrutturare le strade, soprattutto le mulattiere che erano, poi, quasi le uniche esistenti. Nel nostro Comune, essi erano istituiti per frazione e in ciascuna di queste, veniva assunti solo operai della stessa frazione (il manuale Cencelli l’abbiamo inventato noi a Ceppaloni!)

Furono molti ad andarono via, Venezuela, America, paesi del Nord – Europa, privi di qualsiasi istruzione e col segreto desiderio di ritornare, dopo sacrifici infiniti che solo la forza della disperazione permetteva di sopportare, per poter realizzare il sogno di una vita: una casa col terreno da lavorare. In effetti un ritorno alle origini fortificato da una maggiore sicurezza economica che avrebbe permesso di inviare i propri figli a scuola. Oggi, invece, è la meglio gioventĂą (laureata, con dottorati e masters alle spalle)del nostro paese ad emigrare per trovare lavoro. 

E’ il passato che si ripresenta e non sotto forma di farsa, come diceva Marx, ma di tragedia ancora più brutale.

Andò piĂą volte in Venezuela, ma sempre per pochi anni, pur avendo trovato un ottimo lavoro, finchĂ© agli inizi degli anni sessanta decise definitivamente di restare a Ceppaloni dove trovò la sua vera dimensione diventando padrone di sĂ© stesso, in quanto aprì una sartoria che tenne aperta fino all’etĂ  della pensione. Ricordo che vi erano nel paese parecchi sarti che riconoscevano come loro maestro Mast’ Carmine: il decano dei sarti del paese. 

Quando penso a quei tempi, mi rendo conto delle difficoltĂ , dei grandi sacrifici che la mia famiglia, così come tante altre del Comune, affrontò per darmi la possibilitĂ   di poter conseguire un titolo di studio per immaginare un orizzonte diverso, una vita indipendente dai vincoli del passato da cui loro erano stati oppressi. 

I nostri genitori cercarono di offrirci ogni possibilitĂ  perchĂ© noi eravamo la generazione che doveva riscattare sacrifici, umiliazioni subiti da sempre, rappresentavamo la loro rivincita nei confronti di una societĂ  che li aveva sempre tenuti ai margini, che li aveva considerati solo per l’apporto di forza lavoro che erano in grado di esprimere. 

Capirono, i nostri genitori, quasi analfabeti, ma dotati di tanto buon senso, che l’unica strada che permetteva ai loro figli di non perdere l’ascensore socialee rimescolare una societĂ  fortemente stratificata, era data dall’ istruzione

Ricordo, fine anni 50, che da Ceppaloni fummo in molti ad iscriverci al “Collegio De La Salle”, di Benevento dove si pagava una retta mensile. Per frequentare la scuola media, allora, era necessario superare un esame di ammissione, subito dopo aver ottenuto la licenza di V^ elementare, senza del quale era possibile iscriversi solo all’Avviamento Professionale che esisteva nel nostro Comune. Pur potendo farci frequentare l’Avviamento a Ceppaloni, preferirono, per i loro figli, scegliere la scuola media che apriva orizzonti piĂą vasti perchĂ© … anche l’operaio vuole il figlio dottore -  e pensi che ambiente che può venir fuori – non c’è piĂą morale, contessa …cantava, qualche anno piĂą tardi, Antonio Pietrangeli in “Contessa”. 

Eravamo in tanti da formare due squadre di calcio che si affrontavano (quando “il filone” era collettivo) in quello spazio enorme che si trovava sotto il “Consorzio Antitubercolare”; a volte, ci chiudevamo (9 – 13 come l’orario scolastico)nella sala cinematografica “Vittoria”, nel mezzo del Corso Garibaldi, che proiettava film anche di mattina proprio per gli studenti. La sala era sempre piena! 

Successivamente, io ed altri amici optammo per la scuola pubblica frequentando il “Liceo Classico P. Giannone” di Benevento.  Avevo 11 anni e, come tanti altri ragazzi del Comune, ogni mattina alle 6.50 prendevo il mitico pullman della Ditta Rossi, per raggiungere l’istituto. Ricordo che l’abbonamento costava 2700 lire e, a volte, qualcuno doveva rinviare il pagamento al mese successivo per … sopraggiunte difficoltĂ ! Molti studenti raggiungevano la ferrovia dello scalo Chianche – Ceppaloni, perchĂ© permetteva di risparmiare sul costo dell’abbonamento: partivano molto presto e ritornavano molto tardi! Credo che l’autolinea (iniziò il suo servizio nel 1951) di Giovanni Rossi rappresentò un momento importante di sviluppo sociale ed economico per le tante famiglie contadine, e non solo, che, due volte alla settimana, mercoledi e sabato, portavano i loro prodotti al mercato del capoluogo. Molti ancora erano quelli che continuavano a raggiungere a piedi Benevento attraverso la mulattiera che passava per Rotola per risparmiare il biglietto del pullman che, se ricordo bene, costava 70 lire. 

 

  Beniamino Iasiello 

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