Ceppaloni 1946 - 2008

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benjaminNon fosse stato per la pandemia di Covid 19, quasi certamente avrei giĂ  pubblicato il terzo volume relativo alla storia de: IlComune di Ceppaloni dallRepubblica agli inizi del XXI sec. (1946 – 2008). Il Coronavirus ha fatto slittare i tempi prima con illockdown, poi, e ancora adesso, con la misura del distanziamento che non permette assembramenti e quindi limita anche la possibilitĂ  di poter organizzare eventuali manifestazioni. Con la pubblicazione del terzo volume, credo che Ceppaloni possa essere annoverato tra i pochi Comuni di cui è possibile conoscerne la storia a partire dai primi atti, risalenti alla fine del VII sec., sino agli inizi del XXI secolo. Tantissimi i documenti (decine e decine di migliaia e non è una esagerazione. Anzi!), consultati, dai quali … trassi il troppo e il vano â€¦ (padre Dante non me ne vorrĂ !) per cogliere il nucleo centrale attorno al quale poter costruire l’intera narrazione degli ultimi settanta anni circa della nostra storia.

 

Intanto, avevo chiesto ad un caro amico, il prof Giancarlo Virginio, di revisionare il lavoro ed approntare  una breve presentazione.  Giancarlo, ispirato dal suo daimon, ha scritto,nella parte finale della presentazione, una splendida poesia che voglio sottoporre, anticipatamente, alla lettura di chi, benevolmente, leggerĂ  queste poche note perchĂ©, nei quarantadue settenari e un quinario iniziale ha saputo cogliere quello che è lo scoramento totale di una provincia, e non solo, che vivendo, malissimo, in un eterno presente, intriso di passato, ha perso la dimensione del futuro.  Il passato che â€¦ non è mai morto, per dirla con William Faulkner, in realtĂ  non è neanche passato… e ha finito, così, con l’occupare tutto lo spazio del presente e del futuro. Per la nostra gente, forse, la paura del cambiamento, che porta all’immobilismo, Ă¨ stata sempre piĂą forte della speranza che rappresenta un progetto di vita ed Ă¨ a fondamento dell’agire e del pensare umano.

 

                                                                                                            Beniamino Iasiello

 

 

I seguenti versi nascono da due suggestioni. 

 

La prima è frutto di una recente indagine ISTAT, che prevede, nel corso della prossima generazione, la desertificazione delle zone interne del Sannio, in seguito a denatalità ed emigrazione

La seconda suggestione nasce dalla famosa descrizione che Walter Benjamin diede dell’“Angelo della storia”. Traendo ispirazione dal quadro di Paul Klee, che si intitola Angelus Novus, il filosofo tedesco dice:

«C’è un quadro di Klee che si intitola “Angelus Novus”. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può piĂą chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. (Tesi di filosofia della storia).

 

I seguenti versi (42 settenari e un quinario iniziale) sono un piccolo omaggio al prof. Beniamino Iasiello, amico di sempre, come povera ricompensa per il suo ultimo volume sulla storia di Ceppaloni.

«L’Angelo della storia»

Il Sannio muore.

E non c’è più futuro.

Sono oramai sterili

le sue antiche radici.

E frutti piĂą non danno:

i figli sono giĂ  via, 

e i lor figli hanno 

parole a noi straniere.

Il filo è spezzato. 

La memoria svanisce.

Il lascito d’amore

dei nostri padri, ora,

si perde nell’oblio

- duro figlio del tempo.

Non resta che il sospiro

di un’aria avvelenata

che sciagurate menti 

di nuovo barattarono

con la falsa promessa

d’un palpito di vita.

Ma più non c’è futuro!

E piĂą non ci sarĂ ,

per noi, un altro passato:

il focolare Ă¨ muto:

ormai non ha piĂą nulla

da raccontare ai figli.

Finisce qui la storia

del nostro borgo antico.

Forse che le tue stanche 

mani, amico mio, 

potranno ancora aggiungere

all’antico volume

nuove parole e amore?

Sulla tua vecchia terra

piĂą non soffia il celeste

vento che l’ali gonfia 

all’angelo divino.

L’angelo della storia

per noi oltre non procede:

giace sull’alto cumulo

delle nostre macerie, 

l’occhi persi nel nulla,

le forti ali spezzate.                                                                    

 

 Giancarlo Virginio

                                                       

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