Ruby, contrario all’assoluzione: il presidente della corte Tranfa si dimette

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Giudice TranfaÈ il Corriere della Sera che riporta la notizia dell'addio clamoroso della toga subito dopo il deposito delle motivazioni, redatte dal giudice Concetta Lo Curto, in cui è stato argomentato che ci fu abuso di potere da parte dell'allora premier ma che questo non è reato. Il magistrato all'Ansa: "Scelta meditata".

Quando iniziò il processo d’appello Ruby il presidente della Corte II d’appello di Milano, Enrico Tranfa, chiese ai giornalisti che si era seduti nella gabbia dell’aula – dove vengono collocati gli imputati detenuti – di uscirne perché vederli lì lo amareggiava.

 

 

Una sensibilità che aveva colpito i cronisti da quello che a palazzo di giustizia era stato considerato un giudice molto severo. Ed è forse questa sensibilità che spiega come un uomo diventato magistrato nel 1975 abbia prima firmato la sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi e poi si sia dimesso. Ãˆ il Corriere della Sera che riporta la notizia dell’addio clamoroso della toga subito dopo il deposito delle motivazioni, redatte dal giudice Concetta Lo Curto, in cui è stato argomentato che ci fu abuso di potere da parte dell’allora premier ma che questo non è reato.  

Dopo un primo incarico a Oristano, la toga, originaria di Ceppaloni (Benevento), era arrivata Milano dal 1979 come giudice penale, poi Tranfa aveva ricoperto poi funzione di giudice civile, quindi era passato all’Ufficio Gip/Gup. Era stato poi presidente del Tribunale del Riesame nel 2002, dove aveva acquisito la fama di giudice severissimo. Nel 2010 è al Tribunale di Sorveglianza di Varese, e dal 2012 di nuovo a Milano in Corte d’Appello dove era diventato presidente della II corte d’Appello di Milano. 

È evidente, come spiega il quotidiano di via Solferino, che la scelta del giudice non può essere che l’estremo dissenso dal verdetto e dalle sue motivazioni. Andato in minoranza in camera di consiglio – il collegio Ã¨ composto da due giudici e un presidente – Tranfa ha dovuto quindi leggere quel verdetto e poi come prescrive la legge mettere la firma non potendo sottrarsi alla firma. Quindi dopo aver vergato i motivi in cui si annullava la condanna a 7 anni per l’ex Cavaliere ha scelto di andare in pensione con 15 mesi di anticipo. Forse pesava ancora sul magistrato aver dovuto anche leggere, in qualità di presidente, il dispositivo della sentenza il 18 luglio scorso. Tranfa avrebbe potuto chiedere di andare altrove, di cambiare corte ma ha scelto di lasciare la toga: senza possibilità di tornare indietro. Bisogna considerare che gli episodi di contrasto in camera di consiglio sono all’ordine del giorno ed è lì che l’interpretazione della legge può far emergere differenze anche di opinioni ma c’è la possibilità per un giudici di lasciare nero su bianco la sua contrarietà, anche a tutela un giorno di eventuali rivendicazioni di un imputato. Il documento viene conservato e poi eventualmente utilizzato. Ma in questo caso tutto è andato diversamente e seguendo un percorso insolito. Interpellato sul motivo delle dimissioni il giudice non ha risposto altro che: “Le mie dimissioni sono lì, non ho altro da aggiungereâ€.  La procura generale di Milano che aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado (i giudici avevano condannato l’imputato a 7 anni per concussione per costrizione e prostituzione minorile), potrà a motivazioni depositate, presentare ricorso in Cassazione. Gli ermellini, che hanno già condannato l’ex premier in via definitiva il leader di Forza Italia per il caso Mediaset, potranno quindi confermare l’assoluzione o annullare questa assoluzione chiedendo nuovo rinvio ad altra corte d’Appello. Ma prima di capirlo ci vorrà ancora qualche mese. â€œIn tutta la mia vita non ho fatto mai nulla di impulso†ha poi detto all’Ansa. Il giudice parla di una “scelta meditata. Nessuno è indispensabile, tutti possono essere utiliâ€.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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