Dopo 150 anni, quanto è unita l'Italia?

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Unita Italiadi Domenico Rossi

Tra le cause del mancato sviluppo e della crisi profonda del Paese Italia, vi è un elemento struttu­rale di non poca importanza: il divario territoriale. Se una parte politica lavora dentro e fuori del Par­lamento per differenziarsi in ordine al sangue (di­scendenza celtica), tradizioni, principi, capacità d'impresa, pur avendo un quadro istituzionale in comune, l’unità a lungo andare salta. Ma non solo. Salta la Nazione. Si abbassano altresì gli indici di quello che potrebbe essere un elevato grado di in­tegrazione economica.  

 

In Economia è ormai consolidato il concetto di "convergenza". In presenza di un soddisfacente grado di aggregazione su valori comuni e di un co­mune quadro istituzionale, negli Stati unitari le re­gioni geograficamente più arretrate crescono più rapidamente di quelle più ricche. Questo principio in Italia non ha trovato conferma. Ciò non sconfes­sa ma rafforza la tesi che l'Italia andava unificata.  La nostra bella Italia, governata dagli Stati preu­nitari, era fra gli Stati più arretrati d'Europa. Era ter­zo mondo. Con l'unificazione essa raggiunse i 28 milioni di sudditi (2,2% della popolazione mondia­le). Poiché gli uomini erano anche baionette, essa balzò al ruolo di potenza mondiale. Dopo cinquant’'anni dall'unificazione il reddito medio per abitante era cresciuto del 50%. Nel 1863 su 100 na ti 23 non raggiungevano il primo anno di vita. Do­po 50 anni erano scesi a 15. Nel 1961 gli italiani po­tevano attendersi in media di raggiungere i 69 anni  e solo 4 neonati su 100 non vedevano il primo an­no di vita. Le reclute misuravano oltre il metro e settanta di altezza (buona nutrizione quindi) e nove italiani su dieci sapevano leggere e scrivere. Ai mi­nimi storici il lavoro minorile. Anche il Mezzogiorno al momento dell'unificazione ebbe un avanzamen­to consistente ma è vero però, e questo gli econo­misti lo sanno bene, che il suo andamento non è stato "convergente". Cioè è stato, quanto a para­metri di sviluppo e benessere, prevalentemente lontano dalle aree ricche del paese. La questione meridionale non è chiusa. E l'unificazione, lo ha detto anche il Presidente Napolitano, è rimasta in­compiuta.  Nel 1871 il reddito pro-capite del Mezzogiorno rappresentava 1'84% del reddito pro-capite del Cen­tro-Nord. Successivamente la tendenza fu al ribas­so: nel 1951 toccò il punto minimo col 49%. Negli g anni '60 e '70 si ebbe il miracolo economico e i parametri di benessere del Mezzogiorno procedettero in senso contrario. Ma il fenomeno fu di breve du­rata: nei successivi 40 anni l'andamento " diver­gente" si riassestò. Oggi i dati mostrano come i tassi relativi alla povertà nel Meridione risultino quadrupli rispetto a quelli del Nord e sono allar­manti se consideriamo altresì gli indici di vulnera­bilità economica delle famiglie. Nel Mezzogiorno il rischio povertà investe oltre la metà delle famiglie, mentre al Nord il fenomeno è stato efficacemente contrastato. Il Sud non è più lento del Nord, marcia in controtendenza.  Amici lettori, a questo punto la domanda è d'ob­bligo: a chi giova la disunità d'Italia se il PIL in quest’'anno è diminuito dello 0,7% e ciò riguarda tutto il Paese? Siamo in recessione. Ed ancora, a chi giova il divario territoriale?Risposta: A nessuno, né a quelli di sopra né a quelli di sotto. Attualmente la Cina e il Giappone, utilizzando a pieno ritmo le loro bombe demografiche cercano di ritornare agli antichi splendori economici. L'India, anch'essa popolosa, fa pressione sulle zone di in­fluenza europee e per di più il Brasile, la Russia, il Sudafrica ci contendono i mercati. Gli Stati Uniti, malgrado siano impegnati in una guerra e abbiano una leadership debole, continuano ad essere i più grandi produttori del mondo. Nello scenario mon­diale la stessa Europa pur essendo economica­mente consistente vive un momento di difficoltà. Padoa-Schioppa, nel 2007, ebbe a dire che l'Italia aveva bisogno di "uno spirito animatore di ambi­zione nazionale, desiderio di eccellere come Pae­se, fiducia nelle sue forze, sguardo lungo".  Altri che Celti e Padani…

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