C'era una volta il re di Ceppaloni

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Mastella La piccola buona notizia di questa campagna elettorale che ha l’unico pregio di essere breve a che stando sia ai dati TV che alle vendite dei giornali sta destando ben scarso interesse, è che dovremo privarci della presenza istituzionale di Clemente Mastella che ha “deciso” di non candidarsi. Berlusconi gliel’ha comunicato con il cuore in mano e l’occhio incollato ai sondaggi che gli hanno detto impietosi di tenerlo debitamente alla larga, nonostante quell’impegno, pare nero su bianco, a traghettarlo insieme a quel che restava dell’UDC nelle file del PDL per ricompensarlo delle eroiche dimissioni per amore con annesso siluramento del Governo Prodi.

Clemente Mastella pur sembrando uscito da un copione di Neri Parenti è la personificazione più vivida, in versione italiota, della puntualità della nemesi. Dopo un percorso di trasformismo ineccepibile e dopo aver maramaldeggiato dall’alto di una carica che solo la sprovvedutezza di Prodi gli poteva conferire, ha tradito gli unici incauti che lo avevano incredibilmente beneficiato per buttarsi tra le braccia dell’uomo più inaffidabile del teatrino della politica italiana.
Si era rincuorato con la “solidarietà” dei colleghi quando il 16 gennaio in aula aveva confessato “E’ la prima volta che ho paura” e poi aveva scandito “Tra il potere e egli affetti scelgo i secondi. Questo potente Mastella sceglie i secondi. Me ne vado anche perché, come diceva Fedro, gli umili soffrono quando i potenti si combattono”. Si era esaltato con la ignobile ola parlamentare bipartisan che aveva accompagnato le sue farneticazioni eversive contro la procura di Santa Maria Capua a Vetere che gli “teneva la moglie in ostaggio” e contro “quelle frange estreme, quel pacchetto di mischia di magistrati politicizzati” che l’avevano bersagliato al punto che “da quando sono ministro ho avuto il triplo degli avvisi di garanzia”.
I colleghi di Governo erano rimasti seri, Prodi gli aveva rinnovato la sua fiducia e l’aveva invitato a restare, i veri amici in Parlamento, tra cui si è segnalato Lamberto Dini, hanno gareggiato nel dimostrargli comprensione per le rappresaglie giudiziarie che toccano le mogli al fine ignobile di affossare le carriere politiche dei mariti.
Poi ci sono state le donne di Ceppaloni raccolte in adorazione sotto le finestre dell’Evita locale e i fedelissimi con fiori e striscioni inneggianti i loro benefattori e i bagni di folla che a ben vedere doveva essere sempre quella che girava per la regione.
Fatto sta che Mastella poteva dichiarare festante che gli anni di Mani Pulite erano ben lontani, che “il giustizialismo” era un fantasma del passato e che il popolo era con lui e con Sandra.
Così il 26 gennaio quando sale al Colle per le consultazioni del dopo crisi si fa accompagnare dal prode Tommaso Barbato capogruppo al Senato, quello che ha inveito e sputato contro il compagno di partito Nuccio Cusumano reo di aver votato la fiducia al governo Prodi e dal numero due del’Udeur Mauro Fabris che di lì a poco verrà accolto nelle file ospitale del PDL.
Con il capo dello Stato va subito al sodo “Siamo per le elezioni anticipate”. Poi di seguito, in preda ad un delirio di onnipotenza che da latente si fa manifesto, annuncia: “mi aspetto di essere di nuovo ministro della Giustizia nel prossimo Governo. Me lo aspetto come risarcimento.” Essendo a Roma per dettare la composizione dei ministri del prossimo Governo in cui si ritagliava, in forza della competenza ed autorevolezza già conquistate sul campo, la riconferma a guardasigilli, non aveva avuto modo di vedere che persino nel regno del bene di Ceppaloni erano filtrati i germi mortiferi del “giustizialismo” e della cosiddetta “antipolitica” che si erano materializzati in uno striscione affisso nella piazza del comune, prontamente sequestrato dai carabinieri.
Una delle frasi più incisive “Solidarietà a De Magistris e Forleo. Oggi è reato essere magistrato” è quasi da brividi e avrebbe già potuto generare qualche dubbio sul grado di popolarità della coppia del buongoverno di famiglia.
Di lì a poco ha dovuto constatarlo anche il leader del PDL che ha escluso Mastella con l’argomento dirimente che candidarlo gli avrebbe fatto perdere dall’8 al 12%. Adesso dopo aver declinato l’offerta del mite Boselli di candidarsi come indipendente nelle sue liste - qualche mal pensante ha insinuato che il PS fosse a caccia dei voti dei carcerati - al re di Ceppaloni che per due anni con l’uno e qualcosa per cento ha calamitato circuito mediatico e manovratori di Palazzo, non resta che ributtarsi, in solitudine, sul vittimismo giudiziario.
 
Fonte: www.centomovimento.it
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