Mastella a un passo dalla resa
Ironia della sorte: a portare l'Italia alle elezioni è stato lui. E proprio lui, se le indiscrezioni dovessero essere confermate, non sarà presente alle elezioni. Povero Clemente: ieri era ministro e potente. Era il boss di Ceppaloni, il Guardasigilli, il capo dell'Udeur. Dalle sue parole dipendeva il futuro dell'esecutivo. Fu quel suo famoso "no" ad affossare Romano Prodi. Alla sua corte arrivavano in tanti, politici ed elettori in cerca di posto.
Guardatelo ora: è capo, ma non si sa bene di cosa. È un generale, ma non ha un esercito. Ha costretto un governo alle dimissioni, cosa che, visto il governo in questione, dovrebbe essere un titolo di merito. E ciò nonostante nessuno lo vuole accanto. È come se fosse appestato. Ed è a un bivio: a poco più di un mese dal voto di aprile, non sa ancora come e con chi presentarsi al voto. E così, in cuor suo, sta decidendo di non presentarsi. Clemente Mastella sta per gettare la spugna. Questione di ore, dicevano ieri sera. L'annuncio ufficiale dovrebbe arrivare nella giomata di oggi.
Dovrebbe, perché in politica il condizionale è sempre d'obbligo. Di certo c'è che nel suo entourage circola una battuta, che tanto battuta non è. È la fotografia di un dramma politico, che può non dispiacere, che sicuramente a tanti di voi non dispiacerà affatto, ma che resta un dramma. La battuta: «È come se fossimo in aeroporto. Siamo pronti a partire. Dobbiamo solo comprare il biglietto. Ma non sappiamo se andare a Napoli o a Milano». E così, fermo all'aeroporto, Clemente Mastella per ora ha fatto una sola scelta ufficiale, l'unica che poteva fare: questa sera non sarà presente a "Otto e mezzo", il programma di approfondimento di LA7.
Non ci sarà perchè non sa cosa dire e cosa inventarsi. Perchè non si può andare in tv e parlare di elezioni se non si è ancora deciso se partecipare o meno alle elezioni. Perchè il re è rimasto solo. Clemente ha perso il regno e pure i sudditi, e in queste condizioni superare la soglia di sbarramento alla Camera e al Senato non è impresa difficile o disperata: è impresa impossibile. Nel giro di pochi giomi se ne sono andati il presidente dei senatori Tommaso Barbato, il vicesegretario Antonio Satta, amministratori locali ed ex fedelissimi. Accanto gli è rimasto solo Mauro Fabris, capogruppo uscente alla Camera.
Nel Lazio il partito non c'è più. In Calabria e in Basilicata c'è, ma solo per metà, o forse un quarto. Persino la sua Campania lo ha tradito: quattro sindaci hanno abbandonato Clemente. Un vicesindaco ha fatto altrettanto. E non era un vicesindaco qualsiasi. Era quello di Ceppaloni, il cuore del regno, il simbolo mastelliano per eccellenza. Tutto nacque a Ceppaloni. E tutto muore (o sta morendo) a Ceppaloni. Fu di qui che Clemente partì. Erano i primi anni Settanta. Più o meno un secolo fa. Mastella, laureato in filosofia, giornalista, lavorava in Rai. La leggenda, e non solo quella, racconta di un giovane intraprendente che aveva un chiodo fisso, un vezzo: non amava la pausa pranzo. Tutti gli altri lasciavano la redazione per il classico panino o tramezzino.
Lui rimaneva al suo posto. Aveva altro da fare. Si era in tempo di elezioni e lui era candidato. Facciamola breve: il giovane giornalista approfittava della pausa pranzo per fare un po' di telefonate. Abbastanza particolari. Chiedeva ai centralinisti di metterlo in comunicazione con i Comuni del suo collegio elettorale. E chiedeva anche una cortesia: «Per favore, dica che sono il direttore della Rai». A chi rispondeva al telefono, il "direttore" segnalava che nelle liste della Dc c'era un suo giovane e bravo dipendente, un tal Clemente Mastella, originario di Ceppaloni e ben visto da De Mita, che prometteva bene. Funzionò: mamma Rai non ha mai tradito i suoi figli.
Clemente non ha mai tradito le origini. Qualche compagno 0 amico politico forse sì, le origini no: era al centro e resta al centro, ottima posizione per potersi schierare prima con Silvio Berlusconi (ministro del Lavoro) e poi con Romano Prodi (ministro della Giustizia). Solo che ora Clemente ha un problema in più, che non è quello dei centralinisti che non possono fare telefonate per gli interessi personali di un redattore Rai e neppure quello di un partitino schiacciato dagli schieramenti maggiori: al centro Clemente Mastella è rimasto in bompagnia di se stesso e pochi altri. E non ne fa mistero. Qualche giorno fa si è sfogato: «Quando un partito è in difficoltà, è difficile trovare eroi.
E in giro, in effetti, non ne vedo tanti. Non tutti reggono nella tempesta. Pensavo che sulla tolda di comando io avessi dei marinai, e invece avevo solo una ciurma». L'ammiraglio Clemente Mastella, per sua stessa ammissione, è stato appiedato dai mastelliani. Preso e gettato a mare. Paga per le colpe sue e degli altri politici, per via della Casta e dell'immaginario collettivo che lo ha promosso a capo della Casta. Paga, anche, per la bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla sua famiglia e sul suo partito. Ma paga soprattutto perchè è stato bravo, bravissimo: ha allevato una schiera di politici che sanno tutto del mastellismo. E che appena si sono accorti che la barca stava affondando, si sono dileguati. E gli altri schieramenti se li sono pure presi.
Fonte: TG-Com

