Ceppaloni è e rimarrà a lungo la capitale reale dei Mastella

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ceppaloni

Vi proponiamo un altro "punto di vista", sarcastico ed ironico, di un giovane intellettuale irpino sempre incentrato su Ceppaloni.

Nel 1832, sul comune di Ceppaloni, sito in provincia di Benevento, il corografo Giovanni Battista Rampoldi scrisse, ottimamente sintetico, quanto segue: “Borgo del Regno delle Due Sicilie, provincia di Principato citeriore, distretto d’Avellino, cantone di Altavilla. Vi si tiene fiera di 4 giorni dopo il 30 luglio, e conta più di 2.500 abitanti. I suoi dintorni abbondano di ulivi, di viti e di noci. Sta 5 miglia ad ostro da Benevento e 8 a maestro da Avellino”. Oggi il piccolo comune di Ceppaloni conta esattamente 3.405 abitanti, ma forte è la sua rinomanza nelle cronache sannitiche e romane, perché in questo borgo vi ebbe i suoi natali e vi ha la sua dimora il general ribelle Clemente Mastella, nonché la sua elegante consorte Sandra Lonardo.

 

Le nuove guerre sannitiche, come tutti sanno, stanno volgendo al termine, e purtroppo (come pure accadde tra il IV e il III secolo avanti Cristo) con esito infausto per i sanniti, indomiti e accaniti oppositori del magno dominio romano. Eppure nessuno potrà mai declassare Ceppaloni da capitale morale del Grande Regno della Famiglia Mastella, perché Ceppaloni è la riedizione moderna delle sontuose dimore borboniche, acclarato sito reale dell’ultima famiglia regia di epoca repubblicana. Neanche al maestro Ciriaco De Mita, “padrepadrone” infine rinnegato, riuscì di trasformare l’avellinese Nusco da feudo a capitale, per non parlare del “rinnegato” Antonio Bassolino, che alla originaria Afragola ha sempre preferito Napoli, la vita acculturata di città. Il sonno della regione, si sa, genera mostre.

Ceppaloni è una scheggia di vita borbonica sfuggita alle maglie della storia, è l’avamposto della Grande Famiglia che bonariamente e paternamente sorveglia sui sudditi bisognosi, altrimenti detti “poveracci”, vassalli che portano in dono non più sacchi di grano e grassi maiali, ma voti o “pacchetti di voti”. Non è un caso che a Ceppaloni il cognome più diffuso sia proprio Parente (ben 165 persone si fregiano di questa metafora), e non è un caso, probabilmente, che ben 86 ceppalonesi si chiamino Porcaro, anche se sarebbe stato più corretto modificare questo cognome nel più attualizzato Elettore.

La vita del general ribelle attende un Titio Livio: casto marito d’un bella americana innamorata del Sud; giornalista alla sede Rai di Napoli dove “non” lavorava, per ragioni totalmente opposte, con un altro latitante di lusso come Domenico Rea; galoppino di De Mita; pantagruelico mangiatore di pasta, mozzarella e torroncini; infine deputato, segretario di partito, ministro di parte avversa, ovvero della Repubblica Romana. Non poteva durare, ovviamente, perché Mastella era e per sempre rimarrà un rude sannita alleato con Santa Romana Chiesa, un ribelle indomito delle province agitate, un Re non ufficiale epperò costretto a riconoscere l’auctoritas di un avverso Regno. Lo ha ben detto, Mastella, citando Pulcinella, la maschera preferita di corte: “Se dovessi essere arrestato, io non vado in carcere, ma mi ci portano”. Che è un’altra cosa, si capisce.

Eppure ne ha fatta di baldoria nella suburra romana il general ribelle, lui che per anni ha piantato un pezzo di campanile proprio a piazza Montecitorio. Tanta baldoria da indurre Sandra Lonardo, per il bene della famiglia, a non verificare se il marito fosse davvero con un’altra donna (come una telefonata spiona le aveva suggerito). Per l’unione della Famiglia si fa questo e altro.

Per molti anni le due capitali feudali dell’Italia si sono fronteggiate a distanza nelle cronache romane: da un lato Arcore, dall’altro Ceppaloni. Ad Arcore si cantava Aznavour, a Ceppaloni si cantava ‘O guarracino, dotta canzone del ‘700 sull’abbondanza dei pesci campani, una specie di remake plurilinguista e grottesco della moltiplicazione dei pesci di Cristo. Ad Arcore si decideva di mettere su i governi, a Ceppaloni si decideva di buttarli giù. Ad Arcore andavano showman, ministri e dirigenti d’azienda, a Ceppaloni s’accalcavano primari, assessori e sudatissimi segretari provinciali. Per fare fortuna ad Arcore bisognava essere “venditori dentro”, per fare fortuna a Ceppaloni bisognava invece essere “assessori dentro”, gaudenti panzoni sempre appesi al cellulare a profferir le parole d’ordinanza, che poi erano “mo’ faccio intervenire Clemente”, oppure “quella posizione tocca a noi sennò lo dico al presidente”. Se ad Arcore tutti erano sadicamente costretti a essere magri, a Ceppaloni era tutto un ruminare sugose mozzarelle di bufala “Vannulo” di Capaccio scalo, linguine agli scampi, prosciutti crudi di prima scelta, capretti, risotti di ogni specie, caciocavalli silani di tipo dop, pani caldi e fumanti dei sacri forni sanniti. Ad Arcore bisognava fingere di avere poca fame, invece a Ceppaloni era tutto un parlare e ridere con la bocca piena, tutto un sudare per il troppo vino (era tutto un esplodere di bottini al collo, tutto un rischiare infarti e ictus per via delle abbuffate). Inoltre, Mastella è stato l’unico politico ad aver preso in braccio Roberto Benigni, ribaltando a suo favore lo strano rito servile dell’attore toscano. No, non poteva durare. E infatti alla fine Ceppaloni s’è dovuta sottomettere ad Arcore, perché l’Italia ha deciso per le modelle filiformi, per le diete, per le plastiche e i botulini, per gli addomi piatti, per Aznavour e per l’Actimel’s. E’ così che è rovinosamente crollato il Grande Regno della Famiglia Mastella.

Nei giorni neri della prima inchiesta su Sandra Lonardo, quando Mastella si dimise da ministro e fece cadere il governo Prodi, il general ribelle tornò nottetempo a Ceppaloni da sconfitto, anche se un gruppo di fedelissimi lo attese davanti ai cancelli della villa per applaudirlo, ché s’era pur sempre dimesso per difendere la Grande Famiglia Offesa. Poi cadde in una specie di depressione. Decise di mettersi a dieta. Il cellulare non squillava più. Smaniava per casa mentre la moglie andava a Napoli per portare il pane a casa. Fu lì, in quei giorni amari, che scoprì la bellezza del canto degli uccelli che proveniva dalla sua tenuta. Divenne finanche amico della colf, con cui non aveva mai scambiato una parola. Era finito. Solo Bruno Vespa lo chiamava a “Porta a Porta”, ma sembrava un bonario atto pietistico.

Poi il magnanimo Berlusconi (forse per onorare un vecchio patto) decise di graziare il ribelle sannita, e da quel momento in poi la camicia tornò di nuovo a uscire fuori dai calzoni, la panza riprese le sue misure storiche, gli occhi iniziarono nuovamente a girare come mistiche palline di flipper. Ma era una mezza rinascita, perché Ceppaloni non era più la Capitale del Regno Sannita, non era più l’ultima gloriosa stazione della via crucis dove Presidenti del consiglio e segretari di partito andavano a implorare pietà prima dell’inappellabile crocifissione. In agguato, purtroppo, c’era il secondo colpo della magistratura.

Ma la famiglia Mastella, nonostante le decisioni della magistratura, rimane tutt’oggi una famiglia unita, superstiziosa, orgogliosa, profondamente devota a Padre Pio, massimo campione meridionale di miracoli e presidente onorario in ombra di quell’Udeur che proprio dei miracoli fa il primo articolo del proprio statuto morale. E nonostante la caduta, Ceppaloni è e rimarrà a lungo la capitale reale dei Mastella, il quartier generale dei ribelli sanniti sottomessi formalmente alla Repubblica ma sostanzialmente sottomessi a un’altra legge, a quella capricciosa e arbitraria del “surfismo” mastelliano. Chiunque dovesse avvicinarsi al piccolo paese beneventano per spodestare o ridicolizzare il Re, verrà sonoramente ignorato, come fu ignorato Mario Borghezio quando decise di convertire i ceppalonesi al verbo leghista (27 persone in sala, era il 2006), o Carlo Vulpio, quando si mise a gridare in piazza con un megafono in mano che Mastella gli faceva la guerra coprendo i suoi manifesti elettorali. Perché Ceppaloni è l’Itaca dei sanniti, la Samarcanda degli assessori, l’Atene dei difensori della raccomandazione, il Golgota degli alleati.

Ci saranno tempeste e ci saranno bufere, ma a lungo le cronache romane e sannite avranno il sapore dei torroncini inviati nel 2005 (per un quantità pari a 17.000 euro) a tutti gli amici italici dell’Udeur. E a lungo verrà ricordato il sontuoso matrimonio del figlio Pellegrino con la bellissima Alessa Camilleri. Era il 2006. Gli ospiti ebbero la fortuna di vedere da vicino la famosa piscina della villa “a forma di cozza”, o, come altri sostengono, a forma di vongola. O addirittura di cannolicchio, come altri azzardano. Ma per dire una parole definitiva sulla piscina di Mastella ci vorrebbe l’ittica sapienza dell’anonimo autore di ‘O guarracino.

Sconfitti i reali sanniti, comunque, a lungo dureranno le leggende e le storie e le devozioni. Morto un Mastella non se ne fa subito un altro. Gente così ne nasce poca, in un secolo di storia.

di Andrea Di Consoli

Fonte: comunitaprovvisoria.wordpress.com

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