Il Sannio e i tartufi? Un binomio ancora da creare
“Un ambiente sotterraneo” questa una possibile definizione per la tartuficoltura sannita. Le zone del beneventano sono conosciute per la qualità dei vini, oli e funghi ma pochi sanno come esse siano ricche pure di tartufi. “Il tartufo bianco – ha spiegato al Quaderno Peppe Porcaro, del Settore Agricoltura, della Provincia di Benevento – il più pregiato, è presente in grande quantità. Molti acquistano i tartufi bianchi di Alba o quelli di Norcia ma ignorano che buona parte di quei prodotti è stata raccolta proprio nel Sannio!”.
Il perché lo ha spiegato sempre Porcaro, senza mezzi termini: ”Purtroppo girano grandi interessi attorno a questo settore. Se un cercatore di tartufi ci sa fare può anche vivere di questo. Si può guadagnare diecimila euro, all'anno, con buone scoperte. Non &egrav
e; un bene, però. A tali apparenti belle notizie si legano episodi di microcriminalità. Proprio per questo stiamo attivando controlli serrati con la Polizia Provinciale e i Corpi Forestali in maniera tale da garantire la salvaguardia della specie e il monitoraggio del territorio”.
In Campania esiste, oggi, una specifica commissione anche per disciplinare la vendita, la raccolta e combattere gli abusi. “Fino a pochissimo tempo fa – ha continuato Porcaro - non esisteva una commissione ad hoc e senza regolamentazione s’era nel Far West.
Ora sono nate le Commissioni Provinciali. La nostra, formatasi con la delibera 640/2007, con la presidenza di Egidio Cavalluzzo, s’è posta subito una serie di problemi: ha dato una risposta all’utenza per venire incontro a chi voleva conseguire il patentino, ha, poi, avviato degli incontri bilaterali con tutte le associazioni e gli enti interessati alla tartuficoltura sannita. I risultati stanno arrivando.
Il nostro chiodo fisso è quello di proporre un piano provinciale di valorizzazione e salvaguardia di questa importante risorsa, per la quale è vitale un territorio non inquinato. Poi, sarà pure pianificata un’organizzazione commerciale. Stiamo pensando, in tale ottica, a una manifestazione provinciale sul tartufo”.
l termine tartufo deriva dalle parole latine tuber terrae divenute nel latino volgare terri tufer.
Sotto il profilo scientifico i tartufi sono gli organi all’interno dei quali sono prodotte le spore sessuali di molti funghi ipogei. Le prime testimonianze certe risalgono a circa cinquemila anni fa: per i Sumeri e Babilonesi si trattava di squisitezze; i Romani ne erano assidui consumatori, come indicherebbero le grosse quantità di tubera che essi importavano dalla Libia.
I tartufi si sviluppano a una profondità che varia da pochi centimetri sino a 40/50. In alcuni casi e per alcune specie, possono affiorare alla superficie del terreno. Forma e dimensioni variano in relazione alla specie e dipendono dal tipo di terreno in cui si sviluppano.
Il Sannio è terra di tartufi. Le zone, disciplinate per legge, sono quelle delle comunità montane oltre ai boschi di Ceppaloni, S. Angelo a Cupolo, S. Leucio del Sannio e Apollosa. Sei i tipi presenti nel territorio: il tuber aestivum (tartufo nero o scorzone); il tuber borchii; l’uncinatum (uncinato o scorzone autunnale); il tuber brumale (tartufo nero invernale); il tuber magnatum (tartufo bianco) e il mesentericum (tartufo nero di Bagnoli). I primi due tipi sono i più comuni e sono presenti praticamente su tutto il territorio sannita: il loro prezzo è di 30-60 euro al chilogrammo.
La specie più pregiata è quella del tartufo bianco, presente in varie zone del Tammaro e del Titerno: la sua vendita si aggira sui 2000-4000 euro al chilo e, in annate in cui scarseggia, può arrivare a prezzi superiori ai 40-100.000 euro al chilogrammo!
Gaetano Vessichelli
In Campania esiste, oggi, una specifica commissione anche per disciplinare la vendita, la raccolta e combattere gli abusi. “Fino a pochissimo tempo fa – ha continuato Porcaro - non esisteva una commissione ad hoc e senza regolamentazione s’era nel Far West.
Ora sono nate le Commissioni Provinciali. La nostra, formatasi con la delibera 640/2007, con la presidenza di Egidio Cavalluzzo, s’è posta subito una serie di problemi: ha dato una risposta all’utenza per venire incontro a chi voleva conseguire il patentino, ha, poi, avviato degli incontri bilaterali con tutte le associazioni e gli enti interessati alla tartuficoltura sannita. I risultati stanno arrivando.
Il nostro chiodo fisso è quello di proporre un piano provinciale di valorizzazione e salvaguardia di questa importante risorsa, per la quale è vitale un territorio non inquinato. Poi, sarà pure pianificata un’organizzazione commerciale. Stiamo pensando, in tale ottica, a una manifestazione provinciale sul tartufo”.
l termine tartufo deriva dalle parole latine tuber terrae divenute nel latino volgare terri tufer.
Sotto il profilo scientifico i tartufi sono gli organi all’interno dei quali sono prodotte le spore sessuali di molti funghi ipogei. Le prime testimonianze certe risalgono a circa cinquemila anni fa: per i Sumeri e Babilonesi si trattava di squisitezze; i Romani ne erano assidui consumatori, come indicherebbero le grosse quantità di tubera che essi importavano dalla Libia.
I tartufi si sviluppano a una profondità che varia da pochi centimetri sino a 40/50. In alcuni casi e per alcune specie, possono affiorare alla superficie del terreno. Forma e dimensioni variano in relazione alla specie e dipendono dal tipo di terreno in cui si sviluppano.
Il Sannio è terra di tartufi. Le zone, disciplinate per legge, sono quelle delle comunità montane oltre ai boschi di Ceppaloni, S. Angelo a Cupolo, S. Leucio del Sannio e Apollosa. Sei i tipi presenti nel territorio: il tuber aestivum (tartufo nero o scorzone); il tuber borchii; l’uncinatum (uncinato o scorzone autunnale); il tuber brumale (tartufo nero invernale); il tuber magnatum (tartufo bianco) e il mesentericum (tartufo nero di Bagnoli). I primi due tipi sono i più comuni e sono presenti praticamente su tutto il territorio sannita: il loro prezzo è di 30-60 euro al chilogrammo.
La specie più pregiata è quella del tartufo bianco, presente in varie zone del Tammaro e del Titerno: la sua vendita si aggira sui 2000-4000 euro al chilo e, in annate in cui scarseggia, può arrivare a prezzi superiori ai 40-100.000 euro al chilogrammo!
Gaetano Vessichelli
Fonte: Il Quaderno.it
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