De Andre’ corregge … Leopardi?

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benjaminSono passati cinquanta anni! Ne avevo meno di venti quando  Fabrizio De Andrè cantava, per la prima volta : La canzone dell’Amore Perduto. E fu amore al primo ascolto, come, sempre succedeva con le canzoni di Faber. Una delle piĂą belle del cantautore genovese che ha accompagnato intere generazioni nel passaggio dall’adolescenza alla gioventĂą e, poi, alla maturitĂ .  Chi non ha perso un amore? Chi non ha passato notti insonni a tormentarsi per  un amore “così violento,  così fragile, così tenero,  così disperato … per questa cosa … vera come una pianta, tremante come un uccello, calda e viva come l’estate”(Jacque Prevert). E chi non ha  ricoperto … d’oro -  per un bacio mai dato … un nuovo amore.

 

Ma,di questa canzone, De AndrĂ© scrisse soltanto il testo perchĂ© la musica è quella del “Concerto in re maggiore per tromba, archi, basso e continuo” di Georg Philipp Telemann, un compositore tedesco del Settecento. La canzone è una riflessione malinconica sulla fine di un amore, pare, quello con la prima moglie Puni  che raccontò:  le cose andavano male, ma abbiamo continuato  a vivere insieme perchĂ© ci volevamo ancora bene.

Ricordi sbocciavan le viole

Con le nostre parole

Non ci lasceremo mai e poi mai

Vorrei dirti ora le stesse cose

 Ma come fan presto, amore, ad appassir le rose

Cosi per noi

L’amore che strappa i capelli è perduto ormai,

non resta che qualche svogliata carezza

e un po’ di tenerezza.

Il grande amore, come lo sono tutti quando esplodono, che può inaridirsi molto presto tra lo sbocciare delle viole e l’appassire delle rose

La canzone, però, è, nello stesso tempo, la morte e il trionfo  dell’Amore come forza vitale che non trova requie e che ha bisogno di un continuo trapasso per vivere e dare vita.

Nel testo, seguendo il ritmo delle stagioni,  troviamo prima le viole e poi le rose, così come esse fioriscono: le prime a Marzo, le seconde a Maggio. Perciò, Leopardi ne “Il Sabato del Villaggio” non poteva vedere … la donzelletta che … reca in mano un mazzolin di rose e di viole. Questa critica fu mossa da Giovanni Pascoli nel Marzo del 1896, quando, nel tenere una conferenza su Il “Sabato del Villaggio”, disse che Leopardi non aveva potuto vedere il mazzolin di rose e di viole, ma semplicemente dei fiori, perciò il poeta di S. Mauro di Romagna  osservava che Leopardi era incorso nell’errore dell’indeterminatezza e del falso. La lettura del Pascoli innescò una forte reazione e una difesa ad oltranza di Leopardi: ci fu chi affermò che giĂ  altri poeti avevano messo insieme le viole e le rose ricordando classici come la poetessa  Saffo.

Mentre la “Rivista di Studi Leopardiani” nel 2.000, arrivò, come racconta Ranieri Polese, con Francesca Romano Berno ad una ardita precisazione botanica: delle tre specie di viole, una, la cosiddetta viola ciocca, fiorisce di maggio, e quindi può stare bene insieme alle rose.

 Non vi sono riferimenti, nella poetica  Deandreiana al poeta di Recanati, ma, forse, inconsapevolmente, De Andrè ha separato,tenendo presente il tempo in cui viole e rose sbocciano,  ciò che Giacomo Leopardi aveva unito in un solo “mazzolin”.

 Beniamino Iasiello 

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