Storie del tempo che fu 5°

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benjaminApprofitto della disponibilità di Ceppaloni. info” per inviare gli auguri di un sereno Natale e di uno splendido Anno nuovo alla redazione e ai lettori che seguono la vita del nostro paese attraverso la “rete”.

La storia che voglio proporre questa volta si differenzia dalle altre raccontate perché non riguarda questioni di carattere politico, croce e delizia del nostro Comune, bensì una storia fatta di sentimenti, di emozioni, di forza di carattere, di coraggio di cui,forse, solo i giovani sono capaci perché  altruisti , temerari, perché ancora fatti della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni, come ha scritto il poeta e drammaturgo William Shakespeare. E’ una storia che, purtroppo, si consumò il 16 Novembre del 1947 nella frazione di Beltiglio, località Testi, e, a ragione, riporta l’odg  del Consiglio Comunale:    “Atto di Eroismo compiuto dai sigg. Cosimo Testa di Giuseppe e Giuseppe Caruso di Luigi”.

 

 

L’atto di eroismo fu segnalato alle autorità locali dal medico condotto che era accorso immediatamente sul luogo della tragedia.  La prefettura di Benevento, a cui era stato comunicato l’accaduto tramite la locale stazione dei carabinieri, volle, con una nota inviata all’Amministrazione Comunale il 12 Gennaio del 1948, che si discutesse dell’episodio in seno al Consiglio perché l’autorità prefettizia era rimasta colpita dal coraggio dimostrato dai due giovani  che avevano  messo a rischio la propria vita per cercare di salvarne un’altra. Fu il consigliere comunale della frazione Beltiglio, Modestino Zerella  ad illustrare, nel Consiglio dell’otto Febbraio del 1948,  cosa fosse effettivamente successo quella sera intorno alle ore 19.00 del 16 Novembre del 1947.  Un ragazzo,  Giovanni Martino, si era recato, racconta il consigliere, ad attingere acqua da un pozzo che era in località Testi e, mentre si trovava sul parapetto,  un forte vento, facendogli perdere l’equilibrio,lo fece cadere nel pozzo che era profondo dieci metri e pieno di quattro metri di acqua. Immediatamente , altri due ragazzi che erano insieme con Giovanni, incominciarono a gridare spaventati e, alle loro grida, arrivarono subito molte persone tra le quali vi era, appunto, il giovane Cosimo Testa di Giuseppe che, toltesi subito le scarpe e la giacca, si fece attaccare ad una fune per calarsi nel pozzo. A quell’ora di Novembre, la luce del giorno era scomparsa già da parecchio, il buio era completo e, probabilmente, il giovane nel cadere da quella altezza era rimasto, certamente, privo di sensi nel fondo del pozzo. Cosimo Testa, si lasciò cadere più volte nel pozzo, nel tentativo di raggiungere il fondo  dove si trovava il ragazzo, ma inutilmente perché per quanti sforzi facesse non riusciva a sviluppare, nello stretto spazio in cui  doveva muoversi, la forza necessaria per arrivare ad afferrare il corpo del ragazzo. Mostrando coraggio, determinazione,ma anche molto buon senso, Cosimo,resosi conto che qualsiasi tentativo sarebbe stato vano per salvare il giovane, chiese che gli fosse calata una scala, ma non essendocene una così lunga fu necessario che un altro giovane si calasse nel pozzo , Giuseppe Caruso, che, immergendosi a sua volta e spingendola  verso il basso permise a Cosimo Testa  di scivolare lungo la scala così da arrivare all’estremità del pozzo. Dopo vari tentativi, il giovane Cosimo riuscì a portare sopra il ragazzo che era ancora vivo,ma, nonostante  i soccorsi fossero stati immediati,  il ragazzo non sopravvisse perché il tempo rimasto privo di sensi  aveva comportato danni letali al suo organismo.  Il Consiglio, ascoltata la storia , ritenne di dover rendere merito ai due giovani, che con sommo sprezzo del pericolo avevano mostrato  grande sensibilità ed umanità e deliberò di segnalare all’autorità superiore(in questo caso il Ministero degli Interni) l’atto eroico compiuto dal giovane Testa Cosimo di Giuseppe della frazione Beltiglio di Ceppaloni per il quale veniva proposto una medaglia d’argento al valore civile, mentre,  Caruso Giuseppe, che aveva collaborato per salvare la vita del ragazzo, veniva proposto per un encomio solenne. Non bastò l’eroismo di Cosimo Testa e Giuseppe Caruso per sconfiggere un destino che in una notte gelida e buia, spezzò  una  giovane vita( appena 12 anni) proiettata verso il futuro.  Non avendo trovato altre notizie nelle delibere comunali, mi sono rivolto direttamente alla figlia di Cosimo Testa, Evelina, per sapere   se Il Ministero degli Interni ,sulla scorta della richiesta del Consiglio Comunale, avesse, poi, consegnato la medaglia e l’attestato a Cosimo Testa e Caruso Giuseppe. IL ministro e segretario di Stato agli Affari  interni, non solo fece consegnare l’attestato a Cosimo Testa, ma riconoscendo davvero in quell’atto un coraggio ed un altruismo non comuni, assegnò al giovane  la medaglia d’oro al valor civile. Con Evelina,sono stato da sua madre, signora Covino Adelina, che in questi giorni ha compiuto ottanta anni,  dalla quale  ho saputo che suo marito , oltre a possedere grandi doti di umanità e un grande cuore, dico io, era anche un ciclista provetto che già aveva ottenuto dei  successi  nelle gare che aveva sostenuto e stava per coronare il suo grande sogno che era quello di poter partecipare al “ Giro d’Italia”, per il quale, mi dice sua figlia Evelina , si stava allenando e che, quindi, avrebbe potuto realizzare  se un destino avverso non si fosse messo di traverso sulla sua strada. Infatti, fu proprio durante un allenamento  che  un camion, per la discesa che da Terranova  porta ad Altavilla Irpina, lo investì  mettendo così fine ai suoi sogni e alle sue aspirazioni. Infatti, racconta la signora Adelina, quel giorno Cosimo si stava recando,  in bicicletta, a Salerno dove era stato convocato dalla “Pirelli” sempre per ragioni inerenti al ciclismo e per una corsa, dice la signora che doveva partire da Milano( il giro d’Italia?). Fu un incidente bruttissimo che lo costrinse  in ospedale per molto tempo, subì delle operazioni ,e,costretto a portare il busto, dovette, poi,come si suole dire, appendere ad un chiodo la bicicletta che era stata fino a quel momento la sua passione e gli aveva dato grandi soddisfazioni. L’infortunio non gli permise più  di partecipare a corse ciclistiche, ma spesso veniva chiamato per fare da padrino alle varie manifestazioni  che si tenevano in provincia e alle quali partecipava con grande entusiasmo perché le grandi passioni non muoiono mai. Ho chiesto a qualche amico di Beltiglio se poteva darmi delle indicazioni relativamente all’altro giovane, Giuseppe Caruso, che partecipò, insieme con Cosimo Testa, al tentativo di salvare la vita del ragazzo precipitato nel pozzo, ma  mi è stato detto che della famiglia , a Beltiglio, non è rimasto più nessuno. Invece, l’amico Giovanni  Martino mi ha detto di chiamarsi Giovanni perché essendo nato, pochi mesi dopo la morte del ragazzo, gli fu dato, essendo parenti,il nome del giovane che così tragicamente aveva perso la vita quella sera del sedici Novembre del 1947.

Cliccando sulle foto, è possibile vedere l’attestato e la medaglia d’oro con la quale fu premiato l’atto di eroismo di Cosimo Testa. Nelle altre foto sotto riportate, è possibile vedere Cosimo Testa impegnato nel percorrere gli ultimi km di una corsa che si tenne a Fratte nel 1949 dove si classificò al secondo posto. Nella fotografia lui è il primo a sinistra. Nell’altra fotografia è impegnato in una tappa da Caiazzo ad Aversa dove pure si classificò al secondo posto. Nella terza fotografia, con la bandiera in mano, dopo l’incidente, dà il  segnale di partenza l ad una corsa cicloistica. Infine, vi è un diploma in cui si legge che ha vinto la 1^ coppa medaglia  d’oro perché vincitore del trofeo Enrico Muricchio nel XVIII dell’era fascista.

Beniamino Iasiello

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