La perennità dei classici

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benjamin“Quando un popolo divorato dalla sete di libertà si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanto ne vuole fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, son dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari e non è  più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fan beffa di lui, che i giovani pretendono gli stessi diritti e le stesse considerazioni dei vecchi e questi per non sembrare troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima non vi è più riguardo per nessuno, in mezzo a tanta licenza si sviluppa una mala pianta: la tirannia”.

 

Questo passo è tratto liberamente dal libro ottavo de “La Repubblica” di Platone, filosofo greco del IV secolo a.c.; Platone era uno aristocratico che lanciò i suoi strali contro la democrazia ateniese che aveva mandato a morte Socrate, l’uomo che, in coerenza con il suo insegnamento, preferì morire piuttosto che venire meno alle Leggi della sua città. Si scaglia contro la democrazia  che viene vista come l’anticamera della tirannia perché essa è incapace di porre vincoli alle libertà individuali e alla sfrenatezza del potere, e chiarendo che  il tiranno e la tirannia rappresentano il maggiore dei mali per l’uomo( anche se qualche filosofo del Novecento ha individuato proprio nella “Repubblica” platonica,che è la costruzione di una società ideale,  l’inizio di un progetto  totalitario di società “chiusa”).Questo passo non sembra riflettere  quello che è lo stato della nostra società?  Il mondo è alla mercé del più forte, di chi economicamente ha di più , di chi è più sfrontato, di chi ritiene che non esistano più confini tra il vero e il falso, di chi ha capito che le leggi possono essere fatte e disfatte, di chi conosce limiti e debolezze del’animo umano per costruire la propria ricchezza e il proprio smisurato potere. La mia generazione appartiene a quel tempo in cui non vi erano” coppieri” ,  gli spazi di libertà personale sia in famiglia che fuori andavano conquistati con la lotta contro i genitori che avevano avuto come unico modello educativo la famiglia patriarcale, all’interno della quale non si discuteva il ruolo del padre di famiglia, dove l’anziano veniva rispettato, dove il maestro era una autorità indiscussa di cui i genitori si fidavano e ai quali affidavano l’istruzione e l’educazione dei figli. I ruoli erano  ben definiti  e non era possibile una loro contaminazione , non c’era amicizia o complicità con il proprio padre o la propria madre. E contro il classismo di una scuola e di una società che non vedevano  di buon occhio “i cafoni” arrivare in città e per di più frequentare scuole liceali : era la piccola borghesia delle professioni e del commercio cittadino che erano autoreferenziali e ragionavano con categorie mentali ristrette ed obsolete.  Era, il nostro, un capoluogo chiuso che guardava all’altro con aria di disprezzo, come ad un intruso  che voleva occupare spazi “civili” che non gli spettavano. Le nostre famiglie facevano sacrifici enormi per sbarcare il lunario e nell’impegnarsi a costruire le condizioni che permettessero ai propri figli di uscire dagli angusti spazi fisici ed  intellettuali in cui vivevano e crederono che la scuola fosse il luogo principe che avrebbe permesso di riscattare la posizione di inferiorità, videro  la scuola come momento di riscatto, di emancipazione da una situazione di subalternità secolare. E i nostri genitori, bisogna riconoscerlo, vinsero la loro scommessa perché, loro, da” cafoni”,avevano capito  che la società davvero stava cambiando e che il motore della trasformazione era ancorato al “Sapere”. Ma,oggi, sembra che siano venuti meno i capisaldi che hanno formato le nostre generazioni , la scuola è a pezzi, incapace di reagire sotto i colpi di una classe politica che sta depotenziando il ruolo degli insegnanti e della famiglia allargata che per farsi perdonare delle ansie e fobie nelle quali  hanno scaraventato i loro figli sono  pronti a difenderli  contro tutti e tutto. E, stando alle cronache quotidiane, i docenti ed anche i presidi sono diventati ostaggi dei genitori che spesso li insultano e li prendono anche a schiaffi ed è un fenomeno che tocca molti paesi dell’Europa compreso il nostro-. In Francia, mi sia concessa questa piccola digressione,ad esempio, le statistiche dicono che il 17% dei presidi ha presentato denuncia contro i genitori, il 4% per violenze fisiche, il 41% per violenze fisiche, e che uno su sette è stato minacciato almeno una volta. I papà e le mamme sono i responsabili del 41 % degli insulti al corpo docente. I nostri genitori autorizzavano i docenti  a darci anche degli schiaffi se si era irrispettosi, oggi invece sono i docenti che vengono schiaffeggiati dai genitori degli alunni , se non proprio dagli alunni! Oggi, la società è cambiata, la famiglia è cambiata, la scuola è cambiata, non le riconosciamo più come nostre,sono fuori dal nostro orizzonte percettivo, per cu,i  siamo certi di non cadere  in errore anche noi quando vogliamo valutare ciò che ci circonda con  categorie che  non trovano riscontro nella realtà  e quindi  impossibilitate a capire le trasformazioni profonde che hanno interessato non la superficie della società, ma la struttura stessa  di essa  sotto i colpi di una globalizzazione che sembra abbia comportato una vera e propria rivoluzione  antropologica? e’ difficile immaginare gli scenari futuri, ma  figli e nipoti, i giovani dovranno fare i conti con una mondo che non è il nostro e, perciò non è “etico” imporre  i nostri valori ritenendoli  gli unici  giusti, per loro gli spazi saranno sempre più ampi  e complessi e  devono essere preparati  a saperli esplorare, percorrerli , a comprenderli prima degli altri  perché il mondo apparterrà a chi non avrà paura e avrà il coraggio di osare, accettare la sfida della modernità. Platone, alla fine della sua vita, scrisse un’opera intitolata “ Le Leggi”, dove ritenne, diversamente che ne “La Repubblica”, che la famiglia andasse salvaguardata all’interno della società come nucleo fondamentale, insieme con la piccola proprietà privata,  ma , fino a poche decenni fa, quando  si parlava di famiglia si sapeva a cosa ci si riferiva , oggi, invece, il modello di famiglia è sempre lo stesso  o ha subito una profonda trasformazione per cui quella di domani sarà una famiglia con connotazioni completamente diversa da quella  che conosciamo? Ultimamente, una pubblicità della IKEA  che raffigura due uomini che si tengono per mano con la scritta : siamo aperti a tutte famiglie, ha provocato  forti reazioni sia nel mondo politico che in quello cattolico.  Papa Benedetto XVI, in Croazia, ha ribadito il valore fondante della famiglia come nucleo essenziale  per una società libera e giusta; e se i “costumi” fossero più avanti dei politici e della religione, se la società di domani fosse davvero aperta  a tutte le famiglie? Problemi ardui che, però, non possono essere risolti abbarbicandosi sulla difesa di valori universali, validi sempre ed ovunque, ma con una apertura verso il mondo, verso la vita che  è segno  di fiducia nel futuro e,perciò, nei giovani e nei loro valori che sono semplicemente diversi dai nostri .Ma  è ciò che  non riusciamo,forse, a comprendere e ad accettare perché, nonostante tutte le rivoluzioni, siamo diventati “grandi”, ritengo, impastati  di un rivoluzionarismo velleitario  e del dogmatismo della “scuola” dell’Azione Cattolica che, gioiosamente entrò  nelle nostre coscienze ,e silenziosamente, ci  ha orientati  nel modo di rapportarci al mondo, portandoci a credere che  solo i valori di cui siamo portatori  possono salvare l’umanità in piena deriva nichilista.

Beniamino Iasiello

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