Per il 150° anniversario. Macro e microstoria.

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benjaminMai anniversario è stato più avversato: ostilità, indifferenza, strumentalizzazioni politiche per un avvenimento che ha segnato il giro di boa per la nostra Nazione. Certamente il contesto mutato , la crisi economica che non accenna ad arrendersi, un quadro politico rissoso e partigiano che sta dividendo il nostro paese come mai era avvenuto, sono tutti aspetti che hanno fatto vivere questo 150° anniversario dell’Unità d’Italia molto sotto tono. Non sono mancati convegni, manifestazioni, tricolori alle finestre, ma bisogna riconoscere che le polemiche infinite portate avanti dai “Neoborbonici” da una parte e dalla “Lega” dall’altra,hanno finito col condizionare parecchio il senso di una festa che avrebbe dovuto vedere gli italiani, dalla neve delle Alpi al sole della Sicilia, tutti insieme a celebrare l’unità di una Nazione che è riuscita a creare le condizioni per diventare una grande potenza europea.

 

Affermare chi siamo, non significa dimenticare chi siamo stati , né le difficoltà, anche forti, che hanno caratterizzato l’avvio del processo unitario. L’unità è stata un fatto d’èlite, ma dei cuori e delle menti che maggiormente sapevano guardare avanti e capire che era arrivata il tempo in cui l’Italia si liberasse dal gioco straniero, che desse forma a quella patria che da sempre era stata presente nel corso dei secoli nelle menti e nei cuori di Dante, Machiavelli, Leopardi, Foscolo e tanti altri. Capisco i neoborbonici che dopo tanti anni di silenzio attorno a ciò che successe durante quegli anni, finalmente vedono che le tesi da loro sostenute trovano enorme interesse e rispondenza in tanta gente che,  per la prima volta, sente parlare del “Regno delle due Sicilie” e dei “Borbone” in maniera  positiva e senza collegarli ad un periodo negativo ed oscurantista della storia del Mezzogiorno. Ma , è necessario dire che niente è stato mai taciuto se il parlamento Italiano, da subito, come dagli atti parlamentari della seduta del 2 Dicembre 1861, con il discorso di Giuseppe Ferrari , parlò delle condizioni nelle  quali versava  il Sud dell’Italia  per le scelte compiute dalla nuova classe dirigente e delle rappresaglie che rasero al suolo paesi come  Pontelandolfo e Casalduni. Oggi, quelle verità, grazie anche agli scritti di Pino Aprile(Terroni), di Giordano Bruni Guerra( Il sangue del Sud) e molti altri, sono arrivate al grande pubblico. Ma , credo, si possa dire”Nihil novi sub sole”, la nostalgia dei neoborbonici non può servire per affermare che se fossimo rimasti, al Sud, sotto la monarchia dei Borbone staremmo meglio, perché in quel Regno vi era già un inizio di industrializzazione, perché le casse del Regno erano piene di circa 500 milioni di ducati, perché era stata costruita la prima ferrovia e tanti altri primati. Ma se le casse erano piene non lo erano certamente per la povera gente, la ricchezza non veniva redistribuita, i primati restavano tali, se è vero che il Regno delle due Sicilie, al momento dell’Unità , aveva costruito solo poche centinaia di Km. di strade ferrate, se è vero che rispetto al  problema educativo, lasciato completamente nelle mani della Chiesa,  mostrò una insensibilità unica. D’altra parte, è noto quale era l’atteggiamento di Ferdinando II, “pennaioli”  chiamava gli intellettuali,   rispetto all’istruzione:  stimava non esser necessarie alla società altre persone istruite se non i medici per curare e gl’ingegneri  per costruire case ( Storia del Regno di Napoli, di Benedetto Croce)D’altra parte,”si parva licet”, è illuminante una deliberazione(21 Gennaio 1843) del Decurionato del Comune di Ceppaloni per capire in che conto era tenuto il problema educativo  … il Decurionato condivide di non doversi più aggravare il comune in questioni con ulteriori pesi … considerato che il comune non puote soffrire altro spesato maggiore di quello che attualmente soffre, considerato che il comune è diviso in più villaggi, uno ben dista dall’altro … e quasi tutti e tre non possono dare quelle soddisfazioni che il pubblico richiede --   delibera non installarsi i maestri pubblici per non gravare più questa popolazione senza riceverne nessun vantaggio. Considerato che le famiglie agiate, parte di esse tengono i loro figli per studio ed educazione nei collegi della capitale e parte in quelle di Benevento e le altre del popolo basso non fanno andare ai loro figlioli se non all’agricoltura . Credo che si commenti da sé,ne che si possa guardare a quella storia come faro di civiltà! Inoltre, come è possibile che il Regno delle due Sicilie, il  più grande, in assoluto, sul nostro territorio(aveva oltre nove milioni di abitanti e un esercito di oltre 100.000 uomini) abbia potuto sciogliersi come neve al sole di fronte a poche migliaia di camice rosse? Perché politicamente, soprattutto, con Francesco II, non fu all’altezza della sfida politica che si stava giocando, né seppe approfittare della possibilità offertagli dal conte di Cavour, primo ministro del Regno Sabaudo, di inserirsi nella partita e salvare il Regno, anzi addirittura ampliarlo con l’ aggiunta delle Marche e dell’Umbria:”  Vuie che dicite mai! Ch’ella è robba d’o Papa e la robba d’o Papa nun se tocca”, esclamò inorridito il Re. Nel contesto europeo mutato, con i mercati che avevano bisogno di sempre maggiori aree di espansione, il  Regno delle due Sicilie, che con Ferdinando II si vantava di essere protetto da tre quarti di acqua salata e una di acqua santa, aveva persa la sua ragion d’essere ed era in attesa soltanto di chi avrebbe dato la spallata decisiva per il crollo finale.  Il nostro Comune ha celebrato il 150° dell’unità d’Italia con un convegno  dal titolo: Dal Regno delle due Sicilie al Regno D’Italia , così come anche il Comune di Arpaise  con una bella manifestazione, voluta dal Sindaco Filomena Laudato,  che ha guardato  al  Risorgimento Italiano dal punto di vista delle donne. Il 16 Marzo, anche S. Leucio del Sannio ha organizzato , con l’assessore alla Cultura Pietro Zerella  che ha curato anche la pubblicazione di un libello che  riassume  le date più importanti del processo unitario,una giornata intera ai 150 anni. In verità, noi di Ceppaloni avremmo qualche motivo in più per essere orgogliosi, perché un nostro paesano ha combattuto  e sofferto il carcere borbonico per il trionfo dell’unità italiana, come si legge nella delibera del 18 Novembre 1938 con la quale il nostro comune  autorizzò a  porre una lapide a ricordo del patriota Rossi Antonio.  Questa è la delibera del Potestà Francione Emilio:” Vista la domanda di Giovanbattista Rossi per apporre una lapide marmorea sul muro di casa, sita nel villaggio “Martini” dove nel 1873 morì il suo avo  Antonio Rossi fu Nicola che fu fervente patriota perseguitato dalla tirannide barbarica, come ne fanno fede i documenti conservati nell’ archivio di Napoli e provincia e di Avellino. Ritenuto che fu effettivamente capitano della guardia nazionale, fu un ardente propugnatore del novello ordine di cose e adoperò la sua influenza per concorrere alla riunione delle separate provincie e regioni d’Italia ed ottenere la  costituzione di una patria unica ed unita, per la qual cosa fu processato ed incarcerato- delibera con la seguente scritta: In questa casa morì- Antonio Rossi- nato a Squillani nel 1802- capitano di guardia nazionale pel suo ardente liberalismo- soffrì il  carcere- dalla tirannide borbonica. In memoria 1939-XVIII. Ne è mancata la presenza di qualche ceppalonese nelle fila dei briganti ,a quanto riferisce il Sindaco di Cepppaloni, Giuseppe Parenti, in una lettera del 19 ottobre 1869,inviata al Sig. Prefetto della Provincia di Benevento. Infatti, dovendo scegliere chi dovesse  essere nominato come luogotenente della Guardia Nazionale di S. Giovanni e Chianche(Beltiglio), il Sindaco scrisse al Prefetto che tra Agostino Izzo ed Emanuele Parente era  da preferirsi il primo perché, rischiando la vita aveva collaborato all’arresto del  famiggerato brigante Carmine Porcaro( Carmini Porcaro di Luigi, zappatore di S. Giovanni di Ceppaloni, nato il 7 Maggio 1836, così riporta Luisa Sangiuolo in: Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860/1880) soprannominato il segretario del capobanda Caruso …  per l’opposto Emanuele  Parente dichiarato nemico dell’attuale ordine di legge. Sarebbe stato interessante trovare ulteriori notizie soprattutto per quanto riguarda la figura di patriota di Antonio Rossi, ma negli archivi non ho trovato altre notizie. Per finire questo breve excursus, voglio riportare  quella parte del discorso( peccato che il segretario comunale riportò solo la parte conclusiva)  con cui il Sindaco di Ceppaloni, prof Domenico Rossi  celebrò,durante il consiglio comunale del 27 Marzo 1961, il centenario dell’Unità d’Italia: … quest’oggi ricordo il centenario dell’Unità d’Italia che ci diede l’indipendenza, e la coscienza d’ogni diritto. Il suo elevato discorso ha termine con W l’Italia. Anche se ci è giunto solo la conclusione del discorso, si evince che il Sindaco, con grande sensibilità ed intelligenza aveva colto che fu il processo unitario a permettere agli  italiani di avviare quel percorso che dalla condizione di sudditi li avrebbe portati a quella di cittadini.

Beniamino Iasiello

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