Paese mio ...

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benjaminQualche settimana fa, ho ricevuto in regalo un libro scritto da un amico che da molti anni vive a Forlì con la famiglia e dove, dopo essere stato per molti anni Dirigente di Istituti di scuola secondaria, sta vivendo la sua pensione, Si sa, quando si è costretti ad abbandonare le proprie radici resta dentro sempre un gran magone che riporta a pensare con grande nostalgia agli affetti, al paese che, un po' alla volta, finisce col perdere i suoi connotati reali per impastarsi con le nostre emozioni, col nostro sentire ed elevarsi in una dimensione onirica dove sembra scomparire il senso del reale e ciò che resta è l'idealizzazione e la proiezione dei nostri sentimenti più reconditi. Non è il caso di Russo Paolo Emilio che ha saputo evitare questa “trappola” descrivendo il paese nella sua veridicità e fattualità, nonostante la struggente malinconia che pervade l'intero libro.

Spinto da un “sussulto nostalgico”,come egli ha scritto,ha voluto rendere un omaggio al suo paese e ai suoi familiari dimostrando che i valori fondanti di una certa educazione non cambiano, non si trasformano nemmeno sotto i colpi deleteri,per alcuni versi, di una globalizzazione che sta riducendo a brandelli tradizioni,usi, costumi nei quali generazioni di giovani si sono cresciuti ed ancora si riconoscono. Questa opera prima è intitolata: Ricordi Lontani- Un sussulto nostalgico. Ricordi lontani, perché davvero è passato molto tempo da quando Emilio nella piazza e nei luoghi, descritti così mirabilmente, giocava e passeggiava con gli amici. Non nego che ad una prima lettura sono rimasto un po' “deluso” perché pensavo di ritrovare me stesso e tutti gli altri amici con i quali egli ha vissuto per tanto tempo, le nostre discussioni, anche veementi, soprattutto quando si parlava di politica. Niente di tutto questo, per cui ho pensato che sì, il libro era formalmente ineccepibile, ma non mi aveva emozionato: come se avessi visto una bella cornice priva, però, dell'immagine. Mentre si faceva largo questa idea, altre sommessamente iniziavano ad incunearsi nella mia mente e più il tempo passava, più venivo preso dal modo garbato della esposizione,da uno spleen di cui erano piene le parole, da una scrittura piana, ma efficace che, mentre rileggevo, mi portavano a quei luoghi, a quelle sensazioni che erano state,per lui, parte importante di un percorso di vita che si era fatto carne nella carne( non hai dimenticato proprio niente di quel tempo!) e come tale impossibile da dimenticare. Si sa che l'essenziale è invisibile agli occhi ed io cercavo con la mente ciò che solo il cuore avrebbe potuto farmi capire e, all'improvviso, ho capito non solo che il quadro esisteva , ma che grondava di lacrime trattenute, di storie ed amori passati, di un percorso intellettuale e morale legato al paese e ai suoi valori con al centro la famiglia, che resta sempre il “rifugio” dove scompaiono tutti i fantasmi che ci opprimono . Come d'incanto ho visto materializzarsi, nella cornice, il paese con il suo castello, con le sue viuzze e i suoi vichi che, come giustamente hai descritto , erano pieni di gente, ma soprattutto pieni di sogni che ognuno ha cercato di costruire, realizzare e vivere come meglio ha potuto. E' stata la forza del sogno a darci quella spinta per venire fuori da una realtà misera, fatta di sudore delle braccia dei nostri genitori e del dolore di tutti quelli che furono costretti ad espatriare per realizzare quel sogno che molte volte restava tale. Quanti di quelli che sono andati via non sono più tornati? La vita per loro è stata la negazione del sogno e di ciò che possedevano di più caro: il paese al quale non sono più ritornati e la famiglia che, molte volte, non hanno più rivista. Ma è vero, come hai raccontato, che quando ritornavano, a volte, si restava delusi, perché era difficile riconoscere in quei giovani, gli amici con i quali avevamo giocato, gioito e pianto. Anche il modo di raccontare è ben articolato: piccoli quadretti della vita del paese che tutti insieme riempiono mirabilmente quella cornice che, ad una lettura superficiale, mi era sembrata vuota e che, invece, evoca quei tempi con una malinconica consapevolezza per ciò che non c'è più, ma che è conservato come una reliquie nel cuore; dall'altra, la rabbia nel ricordare un paese pieno di vita e di speranze e ritrovarlo “ fantasma,” cioè vuoto, spento, senza prospettive, senza futuro, nonostante, come hai ricordato, le possibilità non siano mancate. Russo Paolo Emilio ha saputo descriverci e rinviarci ad un tempo, con pennellate in bianco e nero, che molti ricorderanno per la semplicità di una cultura contadina ancora non contaminata dal processo di omologazione; straordinario è quando affermi che si avvertiva l'esigenza di parlare in italiano, perché, forse, inconsciamente si era capito che era la lingua che rendeva uguali, che univa, che avrebbe permesso di impadronirsi degli strumenti necessari per crescere, maturare, poter competere, diventare protagonista del proprio futuro. Davvero un bel libro, per l’onestà e la sincerità con cui hai saputo calare le tue esperienze, le tue emozioni nel contesto più generale del paese di cui hai dato, in maniera lieve, ma efficace un “resumè” nel quale c'è la tua vita, ma anche quella di tanti di noi che con te abbiamo vissuto quel tempo. Chapeau!, per una testimonianza che non vuole essere soltanto ricerca nostalgica del tempo perduto, ma anche riflessione per aiutare a costruire un futuro più dignitoso. Grazie, per non aver dimenticato il nostro paese e per averlo ricordato con parole semplici e cariche d'amore. D'altra parte, come diceva un vecchio saggio, ci sono due cose durevoli che noi possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli : le radici e le ali.

Beniamino Iasiello

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