La memoria come dovere

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benjaminLa  memoria è il nostro futuro, ecco perché essa deve essere coltivata con amore e continuamente . Ricordare non significa guardare al passato con nostalgia, ma è  non dimenticare la storia individuale e collettiva attraverso le quali l’uomo è passato. Ricordare è un dovere , perché troppo spesso l’uomo è portato a dimenticare ritenendo che la barbarie  non sia una “cifra” del suo tempo .  La storia ha dimostrato ampiamente   che l’uomo non solo è capace di ricadere nella efferatezza, ma, ecco perché bisogna ricordare oggi più di ieri, la  percezione della violenza , nella società dell’immagine, non ha un forte impatto emotivo   anzi   tende a diventare sempre più sfumata fino a dissolversi quasi subito. Chi ricorda o parla più delle vittime di Sabra e Chatila? O delle fosse comuni della guerra de Kosovo? O delle violenze inaudite che si verificano quotidianamente?

 

E Guantanamo, solo per citare l’ultimo in ordine di tempo, non ha rappresentato la più bieca delle umiliazioni e dell’offesa per la dignità umana? E’ come se la nostra coscienza ,come un piano inclinato, non fosse capace di trattenere né di elaborare nulla. Quando i ricordi vengono istituzionalizzati corrono il rischio di essere più fortemente dimenticati perché sembra di aver assolto al dovere una volta per tutte. Credo che  non basti solo  ricordare che ci sono stati campi di sterminio, ma importante è capire la filosofia ad essi sottesa, altrimenti non si capisce perché l’Olocausto rappresenti “ L’Evento” rispetto ai tanti  eccidi di cui è piena la storia dell’uomo.  Il ricordo deve essere preceduto e sostenuto dall’educazione, altrimenti resta  un vaso esteticamente bello, ma contenutisticamente  vuoto e, quindi, inefficcace. In tali occasioni, più che parlare, bisognerebbe ascoltare la voce di quelli  che sono  riusciti a venir fuori dai campi di concentramento(sono sempre di meno) o leggere le opere con le quali hanno narrato la loro drammatica odissea e la vita nei campi di concentramento . Certamente, quasi tutti hanno avuto modo di leggere, o hanno sentito parlare di Primo Levi e di “ Se questo è un uomo”, ma come Primo Levi anche  Elie Wisel o Sholmo Venezia  vissero la tragedia dei campi di sterminio ed è proprio dai loro scritti che voglio trarre alcuni passi per ricordare insieme con  voi e per non dimenticare l’oscurantismo  di un secolo che   rendendo sordi e ciechi la ragione e il sentimento, generò mostri inauditi .  Elie Wisel venne deportato ad Auschwitz e Buchenvald, nel 1986 ricevette il premio Nobel per la pace e ha consegnato a noi tutti la sua testimonianza nel libro” La notte”. Lui che era  desideroso di essere avviato alla Cabala, consacrato all’Eterno, scopre il male assoluto, perde la fede in Dio :” Alcuni parlavano di Dio, delle Sue vie misteriose, dei peccati del popolo ebraico e della liberazione futura. Come capivo Giobbe! Non avevo negato la Sua esistenza, ma dubitavo della sua giustizia assoluta. … i tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole, i tre colli vennero contemporaneamente introdotti nei nodi scorsoi ... i due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora.. Più di una mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti … dietro di me udii il solito uomo domandare: Dov’ è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: Dov’è ? Eccolo; è appeso lì, a  quella forca. … Mai dimenticherò quella notte, la  prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la  mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.   La narrazione termina con queste parole … tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente malato: un’intossicazione. Fui trasferito all’ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte. Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze: Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero pi visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più”.        Sholmo Venezia,alcuni anni fa  è stato a Benevento a narrare la sua storia, fu arrestato alla fine del mese di Marzo del 1944 e, deportato ad Auschwitz,  fu assegnato alla’unità denominata “Sonderkommando” i cui componenti accompagnavano  i prigionieri alle camere a gas, li aiutavano a svestirsi, tagliavano i capelli ai cadaveri, estraevano i denti d’oro, ma soprattutto si occupavano di trasportare nei forni i corpi delle vittime. Credo che basti solo questo passo, tratto da “Sonderkommando Auschwitz “ per farci rabbrividire e  capire che la pietà era davvero morta : … poche persone hanno visto e possono raccontare questo episodio … non era cosi raro sentire rumori insoliti; spesso l’organismo delle vittime continuava a liberare gas. Questa volta però sosteneva che il rumore fosse diverso. Ci fermammo per ascoltare , ma nessuno sentì niente e pensammo avesse avuto una allucinazione. Qualche minuto più tardi ripeté che questa volta era certo di aver udito un rantolo. Facendo attenzione, anche noi riuscimmo a percepire il rumore, una sorta di vagito … L’uomo che se ne era accorto per primo si mise alla ricerca del punto da dove veniva il rumore e scavalcando i corpi trovò una bambina di due mesi ancora attaccata al seno della madre, che piangeva perché non sentiva più arrivare il latte. L’uomo prese il bebè  e lo portò fuori dalla camera a gas. Sapevamo che era impossibile tenerlo con noi e soprattutto nasconderlo o farlo accettare dai tedeschi. Infatti, quando la guardia lo vide, non sembrò dispiaciuto di dover uccidere un neonato. Sparò un colpo e la bambina che era miracolosamente sopravvissuta al gas morì.”  Semplicemente agghiacciante.

Riporto la pianta di Birkenau dove ognuno potrà rendersi conto  della geometrica organizzazione del campo, dove niente era lasciato al caso.

Beniamino Iasiello
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