Ceppaloni e l’emigrazione ( 2^ parte)

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benjamin

La fine della seconda guerra mondiale comportò, anche per Ceppaloni, l’inizio  di una emigrazione che incise in maniera  fortemente negativa nel tessuto sociale del paese che, appena toccato dalla ondata migratoria del primo Novecento, pagherà, questa volta, un enorme contributo che  porterà via le forze giovani e produttive della comunità. I giovani  espatriarono perchè consapevoli che, per loro, il futuro aveva i colori di bandiere diverse da quella nazionale, erano consapevoli che soltanto oltre  la siepe potevano aprirsi orizzonti diversi e i loro sogni  diventare realtà. Mi diceva un emigrante, partito per il Venezuela nel 1957, che, non vi erano,nel nostro paese, le condizioni necessarie per cambiare la propria (mala)sorte.

 

Non vivevano più, come agli inizi del Novecento, in un eterno presente,immodificabile e senza prospettive, volevano costruire per sé e per la propria famiglia un futuro laddove i figli avrebbero potuto essere protagonisti della vita e dello sviluppo del Paese, ciò che li spingeva era quella ansia di un cambiamento profondo dello stile di vita che li aveva tenuti sempre ai margini dei processi sociali, economici e politici. L’emigrazione rappresentò  quella “viaggio necessario” per cercare di  modificare il proprio status e permettere ai propri figli di frequentare le stesse scuole dove andava, come dice Don Milani nella ormai classica”Lettera ad una professoressa”, “Pierino, il figlio del dottore”. Molti giovani del nostro Comune frequentarono , sul finire degli anni cinquanta, non le scuole di Avviamento Professionale del paese, ma la scuola media( non ancora obbligatoria) nel capoluogo sannita dove molti, addirittura frequentarono il Collegio G. B. de La Salle”( scuola  con retta mensile da pagare) per poi continuare negli studi liceali frequentati normalmente dai figli della borghesia e dai figli del ceto impiegatizio: “anche i cafoni vogliono il figlio dottore” sintetizzò splendidamente Don Milani. I Paesi dove emigrarono i nostri concittadinii,   furono, soprattutto, la Svizzera, la Germania,  il Nord America , il Venezuela dove, negli anni cinquanta si formò una piccola colonia di Ceppalonesi,l’Australia, oltre una cinquantina di persone e in Canada dove si trasferirono intere famiglie(poche, in verità) che, tranne qualcuno, non sono più ritornate . Molti emigrarono in Belgio a lavorare nelle miniere o a lavorare la pietra, come mi ha raccontato  un emigrante, che proveniva dall’Inghilterra, ma il loro status era uguale a quello di chi lavorava in miniera. Il censimento del 1951, per Ceppaloni,  registrò il massimo storico relativamente al la  popolazione residente, infatti nel Comune furono censiti  5563 abitanti e circa 1250 famiglie. Ma da quel momento inizierà una inarrestabile discesa che porterà il paese,già  col censimento del 1961 a verificato perché, attraverso i numeri, si rilevano due realtà e due paesi diversi   :3391 abitanti di cui 1648 uomini e 1743 femmine, inoltre sono nati 32 bambini di cui 17 maschi e  15 donne, mentre i morti nel Comune sono stati 52  di cui 26 uomini e 26 donne(dato del 2009), mentre, nel 1958, risultano 5256 abitanti, nacquero ben 72 bambini(44 maschi e 28 femmine) e morirono  46  persone, di cui 19 uomini e 27 femmine. Il saldo, come si può notare, è ampiamente positivo,ma, fatto strano, nel nostro comune, per lo meno nel periodo preso in considerazione,nascono più bambini che bambine e muoiono più donne che uomini!   Quelli esposti, sono dati che andrebbero studiati e approfonditi  per avere l’esatta dimensione delle  trasformazioni che il Comune ha subito e andrebbero anche integrati con quelli che riguardano l’immediato periodo post- bellico che  è stato  il momento di massima espansione dell’emigrazione verso l’estero. Non nego che questa breve ricerca mi ha incuriosito molto,  per cui certamente penso di ritornare ad affrontare  l’argomento soprattutto relativamente alla migrazione interna che ha rappresentato  il momento di rottura tra un paese che ancora poteva sperare in un cambiamento positivo (a partire dagli anni settanta) e la triste e amara realtà nella quale, invece, è venuto a trovarsi.

Beniamino Iasiello


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