De Andrè: settanta anni dopo

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benjaminIl diciotto febbraio,Fabrizio de Andrè, avrebbe compiuto settanta anni. Non è il caso di fare dietrologia, e la storia non si fa con i se e i ma,però chi ha avuto la fortuna di seguire la sua produzione artistica per circa un quarantennio,è certo che avrebbe regalato ancora splendide canzoni-poesie e momenti di riflessione sulle nuove emergenze del secolo appena iniziato. Il Comune di Genova,la Regione Liguria,la Fondazione Fabrizio De Andrè Onlus e Palazzo Ducale fondazione per la cultura,l’anno scorso, a dieci anni dalla morte del cantautore genovese avvenuta l’11 Gennaio del 1999, organizzarono una grande manifestazione: Fabrizio De Andrè- La mostra- che restò aperta dal 31 Dicembre al 3 Maggio 2009 e dove fu possibile visitare le cinque stanze allestite da Vincenzo Mollica,Pepi Morgia,Vittorio Bo che curarono l’intera programmazione multimediale ed interattiva.

 

Veramente bella, ma ciò che mi colpì fu il vedere tantissimi giovani presenti ed interessati a leggere e ad ascoltare le canzoni di Fabrizio De Andrè.  Ma,l’evento sarà il progetto, in via di definizione, di un megaconcerto da tenersi a NewYork  dove tutti i più grandi musicisti  del mondo canteranno e suoneranno le canzoni di Fabrizio De Andrè, grazie anche al grande amore per Faber di Wim Wenders, il grande regista tedesco( stregato dalla voce e da canzoni come Creuza de mar,La cattiva Strada,anche se subito precisa che parlare delle singole canzoni è riduttivo rispetto al tesoro creativo lasciato da De Andrè)che ha inserito“Quello che non ho”nel suo ultimo film molto discusso:Palermo Shooting. Per chi ha amato Faber da sempre, verrebbe da dire “nihil novi sub sole” per un cantante-poeta unico ed irripetibile che , con il suo linguaggio, la sua poesia, le sue canzoni ha demolito i vecchi  paradigmi tradizionali passando dalle rime in “ore” alla condanna delle convenzioni, delle ipocrisie, del falso moralismo di una borghesia col ventre obeso e le mani sudate. Faber diede voce a chi non ne aveva, scaraventò sulla scena della società italiana un mondo fatto di prostitute, drogati,di zingari, di suicidi,di ubriachi, di uomini e donne perdenti che ruotavano ai margini della società perché rifiutati da un potere vestito di umana sembianza…che già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, degli straccioni. La scelta di Fabrizio De Andrè per i dannati della terra(la definizione è tratta da un libro di Frantz Fanon),fu una scelta coraggiosa e responsabile che non  tradì mai fino alla fine(non volli tradire il bambino per l’uomo),anche se,in una intervista rilasciata alla rivista anarchica “Senzapatria”, affermò che è sempre molto difficile restare coerenti per tutta la vita, come ha fatto ad esempio Malatesta(Enrico Malatesta,uno dei massimi esponenti dell’anarchismo italiano) la cosa importante, a mio avviso- è non sgarrare troppo. Per oltre un trentennio, F.De Andrè ha  cantato l’umano desolato gregge e il suo narrare  entrava nel cuore e risaliva alla mente;grandi emozioni, un nodo alla gola, ma il pathos  diventava rabbia per la scoperta di un mondo di servi obbedienti alla legge del branco per i quali la legge non può cambiare , una legge che non conosce deroghe, sotterfugi. Per  chi non ha niente, la legge umana e quella divina(lo sanno a memoria il diritto divino ne scordano sempre il perdono) sono inesorabili. Ci ha tenuto compagnia ed ancora ce ne terrà perché le sue canzoni sono senza tempo:guerra,amore,morte,  diversità, odio, invidia , gelosia sono i sentimenti  che distruggono e costruiscono la storia del mondo,la biografia di ognuno di noi e nessuno più di De Andrè ha saputo scandagliare l’animo umano nelle sue pieghe più intime e segrete. Le notizie orrende che continuamente provengono dai fronti di guerra mi portano a ricordare il De Andrè antimilitarista  con il suo Piero:vedesti un uomo in fondo alla valle-che aveva il tuo stesso identico umore – ma la divisa di un altro colore o l’eroe a cui  avevano dato- le mostrine e le stelle- e il consiglio di vendere cara la pelle. Ma soprattutto canta con voce e musica struggente e lacerante l’orrore di Sidone, città del Libano martoriata(come dimenticare il massacro , la carneficina avvenuta ad opera dei falangisti nei campi di Sabra e Shatila?) da una guerra civile che durò dal 1975 al 1991 e in Sidun, Faber dà voce  allo strazio di un  padre che tiene in braccio il proprio figlio maciullato dai cingoli di un carro armato: e  grummu de sangue oueg e denti de larte- ei euggi di surdatti chen arragge- cu’a scciumma a a bucca cacciuei de bae-a scurri a gente cumme selvaggina-finch’u sangue sarvaegu nu gh’a a smurtau a què(… e ora grumo di sangue orecchie- denti di latte- e gli occhi dei soldati cani arrabbiati- con la schiuma in bocca- cacciatore di agnelli- a inseguire la gente come selvaggina- finché il sangue selvatico non gli ha spento la voglia). L’uso del dialetto nei suoi ultimi lavori risponde ad una esigenza interiore di estrema coerenza:…il dialetto  e le lingue”altre” rispetto all’italiano sono già intrinsecamente le lingue della resistenza al potere, che usa sempre una lingua colta. Certamente oggi non mancano cantautori bravi,come da esempio I.Fossati e la sua capacità  di cantare le emergenze del XXI  secolo,basti ricordare “Pane e coraggio”,ma De Andrè resterà  unico perché è stato  l’intellettuale, come Pasolini ,credo, capace di leggere  processi sociali che erano ancora da venire, ma soprattutto aveva capito che non bisogna abbassare mai la guardia rispetto ad un potere che avrà sempre un generale di vent’anni- figlio d’un temporale- per il quale …ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

E’ la scelta di campo  per i perdenti, per tutte le minoranze,dagli indiani ai rom, che segna la linea di demarcazione tra Fabrizio De Andrè e tutti gli altri.

Che tu possa dormire negli spazi profumati dell’eternità come ebbe a dire la grande Fernanda Pivano che considerava Fabrizio de Andrè,con molto affetto, il più grande poeta del xx secolo.

Beniamino Iasiello

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