Qualche riflessione sul 27 gennaio

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benjaminPer non dimenticare. Troppo poco. Non basta. A che serve ricordare per un giorno e dimenticare per il restante tempo dell’anno. Io non dimentico, in tanti non dimentichiamo, ma i giovani come fanno a non dimenticare qualcosa di cui non conoscono assolutamente nulla e di cui mai nessuno gli ha parlato. Essi ascoltano i social che sono capaci di instillare solo odio e non amore, comprensione, tolleranza. 

Gli adolescenti, i giovani, si macchiano di colpe gravissime non perché antisemiti o antisionisti, ma semplicemente perché ignoranti; socraticamente direi che fa il male chi non conosce il bene. Per non dimenticare, ma i giovani devono prima imparare, altrimenti non hanno niente da dimenticare.

E qui arriva la nota dolente perché il luogo deputato per imparare è la scuola, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà che, però, sappia stare in sintonia col tempo che vive. Per affrontare la storia del secolo breve, come l’ha definito lo storico Eric Hobsbwam (1915 – 1989), appena passato, è necessario che i docenti abbiano il tempo necessario e il Ministero investa nelle scuola tutte le risorse necessarie per produrre un autentico cambiamento, a partire da una organizzazione diversa dei programmi che, per la storia, lasciano a desiderare, per usare un eufemismo.

 

 

Una proposta: perché non dedicare l’ultimo anno delle superiori allo studio, per quanto riguarda la storia, solo e soltanto del ventesimo secolo che è stato teatro degli orrori di due guerre mondiali insieme con la nascita del totalitarismo nazi fascista e di quello sovietico? Non è possibile che si esca dalla scuola conoscendo ben poco di ciò che ha segnato funestamente il nostro tempo.

Non è possibile affrontare la tragicità del XX secolo dedicandovi poche lezioni, a volte nessuna , quasi a fine anno scolastico, perché il tempo è tiranno, per cui alla fine bisogna arronzare per finire il programma di un secolo che al suo interno ha visto nascere i totalitarismi moderni, la tragedia della Shoah che andrebbe trattata a parte perché è l’evento che ha fatto precipitare l’uomo negli abissi più profondi del crimine e che rappresenta l’unicum: un popolo intero che doveva totalmente scomparire dalla faccia della terra.

E ancora il massacro di Srebrenica, il genocidio degli armeni, il genocidio dei tutsi in Ruanda, l’Holodomor degli anni venti in Russia, solo per citare alcuni dei 51 genocidi che sono accaduti dal 1952 al 2002 e che hanno scatenato odio, morte distruzione, lutti inenarrabili per milioni e milioni di persone. Senza dimenticare, oggi, il grande esodo di popoli che scappano dagli stenti e dagli orrori dei loro paesi per sfidare le onde nere del Mare Nostrum dove spesso trovano la morte, o, quando va tutto bene, essere respinti dai fucili delle guardie di frontiera o dai muri che sempre di più i paesi civili innalzano a difesa della loro celebrazione. 

Credo che solo con la memoria si corra il rischio di cadere nel sentimentalismo, nella facile retorica, così come non si può solo raccontare ciò che accaduto: c’è bisogno di capire e perciò di ricorrere alla Storia che sola può venire in aiuto alle nuove generazioni per intendere la genesi di una catastrofe altrimenti difficile da inquadrare e che, perciò, come ammoniva Primo Levi: tutto questo è accaduto, dunque può ancora accadere; e anche perché, oggi, nella società mancano gli anticorpi necessari per combattere contro la manipolazione che continuamente viene fatta delle coscienze dei cittadini. 

Perciò, insieme con la memoria, è necessario cercare di capire come e perché in una società, come quella tedesca, che per secoli ha educato ai grandi valori umani con filosofi, storici, letterati, poeti dotati di grande e fine sensibilità, appena 70 anni fa, sia stato possibile realizzare, pianificare industrialmente la fabbrica della morte nei campi di sterminio.

 

Beniamino Iasiello

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