Il fiume Sabato “scalatore” provoca 130mila euro di danni

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alluvione-beneventodi Nino Russo

Ceppaloni, paese mio, derelitto, desertificato, inquinato (dai rifiuti), disabitato, franato. E ora anche alluvionato. Ma per quali colpe Dio ti punisce? Neanche fossi l’Egitto che subì le 10 piaghe raccontate dalla Bibbia. Ma a quei tempi Nostro Signore volle colpire il Faraone per le colpe, gravissime, commesse contro il Popolo Eletto e Mosè che avrebbe dovuto condurlo verso la Terra Promessa. Ma tu, la tua gente e anche io (pago le tasse!) cosa mai abbiamo fatto di così grave per meritarci tutto questo? Coloro che ancora resistono nel deserto ceppalonese, non chiedono nulla oltre al normale desiderio d’una sopravvivenza tranquilla, possibilmente fino alla fine…

 

Non vi è “più nulla a pretendere”: la nostra terra, una volta “promessa”, e mi riferisco ai tempi in cui i campi erano rigogliosi e producevano cereali e vino e frutti in abbondanza, adesso è coperta da alberi, arbusti, rovi da sembrare una foresta. E il contadino è una figura ormai svanita, salvo alcuni. E con loro sono svaniti cereali, frutta, vino…

Miei amati concittadini, ormai è consapevolezza diffusa che la mancanza di risorse e l’affermarsi di amministratori e politici stracolmi di arroganza e interessati solo a soddisfare i propri inesauribili appetiti, vi hanno educato a convivere con il peggio. Da anni siete costretti a “tirare le giornate” senza più speranze nel futuro e tanta nostalgia d’un passato non tutto luminoso ma sicuramente più vivibile e umano. Ogni volta che torno da voi rilevo che il tasso di vitalità diminuisce sempre più mentre si eleva in maniera costante, il livello di predisposizione fatalistica al nulla. E tutto questo avviene in un paese che continuerò a definire “luogo non banale per storia, civiltà e struttura urbana”. Fino a quando mi sarà possibile.

Scrivevo delle piaghe che si sono abbattute nei secoli su Ceppaloni manco fosse l’Egitto del Faraone: terremoti, frane, sparizione di terreno agricolo, popolazione ridotta all’osso… Davvero non ci siamo fatti mancare nulla. Ci mancava solo l’alluvione: 15 ottobre 2015, data fatidica e tragica. Tre morti. I fiumi Sabato, Calore e Tammaro, gonfiati oltremisura da una pioggia eccezionale, straripano nei territori di Benevento e, in parte, in quelli di S. Giorgio la Molara, Solopaca, Paupisi e Pietrelcina. L’economia di quei luoghi, Benevento soprattutto fu messa in ginocchio e molte attività commerciali e agricole furono distrutte o danneggiate. Inevitabile la dichiarazione dello stato d’emergenza per quei territori. Fortunatamente nulla accadde a Ceppaloni, anche in considerazione che il borgo e le sue frazioni si elevano fino a quasi 400 metri sul livello del mare (e dei fiumi...) e grazie soprattutto alla fortunata circostanza che il Sabato si trova qualche chilometro giù a valle. Risulterebbe evidente anche a un infante che se quel fiume avesse intenzione di “alluvionare” il nostro Comune dovrebbe farsi una bella scarpinata “tutta salita”: un’erta che si rivela indigesta anche per i ciclisti, dilettanti e amatoriali che a volte vi si avventurano, figuriamoci i corsi d’acqua che da quando esiste il mondo (ma anche prima…) scorrono sempre in discesa…

Ma a dispetto delle naturali difficoltà, succede che in quel disgraziato 15 ottobre il Sabato decide di stravolgere l’ordine (divino!) costituito e decide di “alluvionare” territori del nostro Comune rovesciando completamente le leggi della fisica e dell’orografia mettendosi a scorrere, improvvisamente e impetuosamente… in salita (!?) fino a superare non solo il colle dove da secoli sorge il Capoluogo ma anche il bosco, il “tartaretto” e il luogo dove riposano in pace gli Avi, con una furia distruttrice di tale potenza da causare danni ad abitazioni pari a circa 130mila euro. La cosa ha dell’incredibile: un vero e proprio miracolo. Ma è accaduta davvero, stando alle voci ricorrenti e a un’interrogazione parlamentare del deputato Conte (Leu). Il bello è che quel “miracolo” non lo vide nessuno. La spiegazione potrebbe essere che ci si trovò davanti a uno di quegli eventi fenomenali che capitano “a nostra totale insaputa”. Cioè all’insaputa di tutti. Eccetto le famiglie coinvolte, ovvio. Che sarebbero un paio, non di più, scelte dagli addetti ai lavori con cura certosina e una capacità selettiva da Guinnes dei primati. O, meglio, con una mira dalla precisione più che olimpionica. Infatti cos’altro si potrebbe pensare dopo aver appreso che le sfortunate (o fortunate?) vittime degli eventi calamitosi di quel 15 ottobre 2015 sarebbero parenti di alcuni pezzi forti della cosiddetta “classe dirigente locale”, cioè di quelle persone che da decenni tengono in ostaggio il nostro Comune e la sua gente, facendo e disfacendo a loro piacere, senza porsi alcun limite?

P.s. Termina qui la parte del mio intervento in cui ho ritenuto che un fatto talmente incredibile e assurdo non potesse essere commentato in maniera diversa se non usando una modalità ironica. Ma è chiaro che se il commento sull’assurdità del caso, si esaurisse nell’ironia, lascerebbe sullo sfondo, inspiegati, tutti gli aspetti che riguardano questioni fondamentali come “prepotenza, arroganza, limiti di decenza, illegalità, senso di impunità ecc.”.

Cosa ci racconta esattamente, la storia dei danni (in salita) causati dall’alluvione di Calore, Sabato e Tammaro? Che in tutti i “piani alti” (ma a noi adesso interessano i “piani alti” di Ceppaloni…) permane e si consolida, con la corresponsabilità di chi le sceglie e le sostiene, una classe politico-amministrativa senza alcuna qualità che non disdegna di prendere, prendere e ancora prendere dove, come e quando crede. Lo fa per necessità? No, certo: lo fa solo per il gusto di farlo, per sentirsi al di sopra della normalità, della Legge. E per far sentire gli altri degli emeriti coglioni. (Esempio: “Io so io e voi nun siete un caz…” - Il Marchese del Grillo). E la stessa sfacciataggine che i potenti esibiscono da sempre, spudoratamente, alimentata dall’indebolirsi delle inter-relazioni civili e politiche. Ceppaloni ne è un esempio clamoroso. E non solo con la storia dei “risarcimenti alluvionali”. Da noi dopo decenni di politica nazionale e locale dominata da arroganza e presunzione dilatate all’eccesso, ci ritroviamo a fare i conti con gente che né risponde né viene fatta rispondere delle proprie azioni. Quindi non essendo mai stata costretta a pagare (in ogni senso) continua a tentare, spesso riuscendovi, di incassare sempre e comunque. Costi quel che costi, anche provare l’impresa delle imprese: tentare di invertire il normale scorrere di un fiume violentando senza vergogne, le leggi della Natura, della fisica, degli uomini. Al prezzo di 130mila euro..

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