La mia famiglia di emigranti

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ProfessoreLa storia visibile della mia famiglia comincia con mio nonno. Quella di prima la ignoro. Originario dei Manni, frazione di Beltiglio, giovanissimo e poverissimo andò in America a cercare fortuna. A New York, dopo un periodo di “quarantena” sul piroscafo, scese a terra e si diede a fare tutti i mestieri, compreso quello di vendere alcool durante il Proibizionismo. Lo ricavava dal legno. Egli fu uomo capace a tutto e capace di tutto. Col tempo trovò una giusta sistemazione in una ditta di pullman. Lavorava di notte e faceva sacrifici per mandare soldi alla famiglia che intanto si era creata nei suoi brevi ritorni in Italia.

 

Da qui le sue condizioni economiche migliorarono e ogni certo numero di anni rientrava in Italia, costruiva una casa e se ne riandava in America. Nel 1935 costruì una casa e ritornò in America, questa volta portandosi dietro la famiglia: mia madre, la maggiore, due sorelle, un fratello e, altresì, la moglie. L’amore nella mia famiglia l’ha fatta sempre alla grande. Mia madre, dopo qualche mese di permanenza a New York, comunicò a mio nonno che era innamorata di quello che sarebbe diventato mio padre e, ricevuti i soldi per il viaggio, abbandonò la ricca America dove avrebbe avuto una vita agiata e migliorativa delle sue condizioni per tornare a Ceppaloni, paese povero e arretrato, a fare sacrifici insieme all’agognato sposo.

Mio padre fu uomo di potere, non pubblico ma privato. Sembra un paradosso ma aveva un’auto e faceva servizio di noleggio. Se due si sposavano avevano bisogno della sua auto, se qualcuno moriva e aveva parenti fuori Ceppaloni lui li andava a prelevare a Benevento. Spesso anche il vescovo ebbe bisogno di lui. Una volta c’era neve a terra e l’autista dell’alto prelato, con mezzo proprio, non riuscì a superare la località “Deposito”, in ripida salita. Chiamarono in soccorso “Giovanni l’autista” che li trasportò a Barba, luogo di destinazione. Regolarmente il mio genitore faceva servizio fra Ceppaloni e Napoli. Con lui viaggiava una umanità varia: contrabbandieri, serve, servette e guardaporte, nutrici con latte e balie asciutte e, ancora, proprietari di negozi alimentari, mediatori di matrimoni e capicolli. È da notare che faceva parte di questa varia umanità “Don Alberto co’ ‘e balicie”. Egli a Napoli comprava la sua mercanzia: in prevalenza corredi per le fanciulle da matrimonio. Era piccolo e minuto ma non soccombeva sotto il peso dei grandi valigioni che trascinava. Aveva due occhi lucenti e vividi come la brace. Esponeva in piazza i suoi tessuti e le giovani accorse sgranavano gli occhi per la meraviglia. Don Alberto faceva loro credito e vendeva.

Avete capito, Ceppaloni anni ’50 non faceva capo a Benevento per i suoi bisogni ma a Napoli. Successivamente mio padre avviò l’autolinea che collegava Ceppaloni con Benevento. Ma questo è un altro capitolo. L’auto di mio padre era una Artena prolungata, aveva i fanali sui parafanghi e gli staffoni, pedane orizzontali posti sul lato esterno. Era quella che oggi chiameremmo una station wagon. Era felice e fischiettava il mio papà e raccontava fatterelli ameni alle persone che, stipate come sardine nella sua station wagon, gli si addormentavano le gambe. Ma c’era un neo: il Maresciallo U. della Polizia Stradale di Benevento. Faceva servizio sulla Benevento-Napoli e minacciava continuamente mio padre di comminargli una contravvenzione per sovraccarico. Lo fermava spesso e volentieri. Era severo ma un brav’uomo. I due mi ricordano tanto il film “Guardie e Ladri” con Totò e Aldo Fabrizi. Una mattina il Maresciallo U. diede l’alt, guardò sbrigativo i viaggiatori così stipati e si mise le mani nei capelli. Poi: “Contiamo! Uno, sei, quindici, venticinque, ventisette! Adesso falli scendere e fammi vedere se sai sistemarli come prima. Se ci riesci non ti faccio la contravvenzione.” “Pronto, Comandante! Tu siediti lì, tu mettiti avanti, tu a fianco! Avete visto, Comandante?” U. non si accorse che quattro viaggiatori si erano allontanati e, lasciati in disparte, avrebbero poi viaggiato sugli staffoni. Stante il notevole freddo e l’aria che soffiava all’esterno i quattro, col colare del naso, giunsero a Napoli con i ghiaccioli alle narici.

Le sorprese per il Maresciallo U. non si arrestarono lì poiché un pomeriggio il mio genitore tornava dalla città partenopea con a bordo un somarello e il proprietario che l’avevo acquistato. Giunti ad Arpaia, l’alt del Maresciallo U.: “Documenti! Patente e libretto.” Egli, esaminando i documenti, aveva dato uno sguardo superficiale agli occupanti il veicolo. Stava per dare il via quando l’insolito ospite emise un lungo raglio. “Oh Madonna, che succede!” Il Maresciallo dalla rabbia colava bava dagli angoli della bocca. Sfogatosi, poi si calmò, ristette un pochino e assunta una faccia seria: “Voi adesso non potete circolare sulla statale, dovete ritornare per le scorciatoie. Sparite!”

Dell’umanità varia di cui parlavo faceva parte anche “Gigino ‘o Zanzano”, mediatore di servette presso i “gnori” (signori napoletani). Egli, poverino, era afflitto da un triplice tic: piegava il collo a sinistra e, in contemporanea, aspirava forte l’aria dalla bocca e strizzava l’occhio, sempre il sinistro. Sembrava che invitasse qualcuno a seguirlo. Una mattina aveva accompagnato una servetta da una signora che si rivelò bellissima. Egli, abbagliato dalle grazie della gnora si emozionò e non riusciva a parlare. Intanto replicava in continuazione il suo triplice tic, quando alla sommità delle scale apparve ‘o gnore il quale, gelosissimo, nell’immediatezza scambiò il vizio di Gigino per esplicita proposta oscena alla moglie. Si precipitò giù per le scale e Uì Maronn’, e quanta mazzate!

Singolare è la storia di un altro mediatore, questa volta di capicolli, di cui è opportuno omettere il nome. Egli, su ordinazione delle suore di Sant’Antonio del monastero di Ceppaloni, si recò più volte al convento per consegnare, dietro compenso, la sua prelibata merce. Ma le suore più volte rifiutavano l’offerta adducendo che il capicollo era troppo grasso, e anche il prezzo. Allora il mediatore, molto arrabbiato ma conservando una certa compostezza, consigliò alle religiose: ”Per avere capicolli eccellenti dovete rivolgervi alla ditta Cerracchio di Tufara Valle.” Ma quale non fu il disappunto e lo sgomento quando le religiose che avevano seguito il consiglio appresero dal signor Cerracchio che egli gestiva una ditta di tori da monta e che l’unico capicollo che poteva fornire era quello dei tori in erezione.

Ma torniamo a noi! I miei zii americani credevano che noi fossimo dei morti di fame. Che lo pensassero non ci dispiaceva affatto, poiché ogni due mesi ci mandavano un pacco dono. Quei pacchi rimasero famosi in paese. Quale non era la gioia per noi piccoli quando il postino consegnava l’avviso di giacenza di un colle proveniente dall’America. Noi figli: “Ma’, e quanno vai a piglià o’ pacco?” – “Vabbè, domani vado.” – così mia madre. Dio che gioia! Dal pacco uscivano caramelle, cioccolata (e chi mai la vedeva!), caffè, zucchero, pasta, indumenti, mutande lunghe. Trovavamo dei barattoli in vetro pieni di una crema verde: gnam gnam. Ma cos’è mai questa roba? Era senape, ma allora non si conosceva. Mia madre cercava sempre di insegnarci la moderazione e sottraeva parte del cioccolato al consumo. Lo nascondevo tra le lenzuola nel comò. Successivamente mangiavamo cioccolato alla naftalina. Metabolizzavamo anche quello!

Mia zia Teresa, che confezionava il pacco in cartone, nel timore che si potesse rompere durante il trasporto, sbalzate com’erano le merci, foderava tale pacco con tela bianca, resistente e fine, su cui veniva poi apposto l’indirizzo di destinazione con inchiostro nero indelebile. Mia madre, servendosi della sua Necchi (macchina per cucire) pensò di confezionarmi con quella tela due mutandine a pantaloncino. Vuoi il caso, vuoi il destino, sul sedere venne impressa la scritta: “Famiglia Rossi Giovanni, via Croce Ceppaloni (BN)”. Io non li volevo indossare e mia madre:” Figlio, mettile… Se ti perdi abbassati i pantaloni e ti riportano a casa!” Circolai per molto tempo come una raccomandata, indirizzo a tergo.

È notte fonda e come al solito non dormo. Penso alla mia bella fioraia, manca l’acqua e non posso prepararmi la rituale camomilla a due bustine. Mi affaccio sotto il porticato di casa e ammiro questo splendido presepe che è il nostro paese. Mi dà sempre nuove suggestioni. Stanotte ho soffermato lo sguardo su un palazzo padronale che giganteggia austero al limitare della piazza. Vi abitava un barone e si racconta che in tempi molto remoti i contadini del luogo, per ingraziarselo, gli offrivano le loro giovani figlie per il letto. Egli si avvicinava alle fanciulle candidate al talamo, le annusava ripetutamente sul collo e sul petto e poi diceva: “Mi raccomando, non le profumate… La femmina deve sapere di femmina!” – Sono d’accordo ma un vago odore di rosa o di verbena rende più intrigante l’intimità.

Arrivederci alla prossima… Intanto auguro salute, monete e felicità.

Domenico Rossi

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