Rifiuti tossici, ecco le carte

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rifiuti-tossici 1Caduto il velo dalle parole di Carmine Schiavone, il «day after» è incentrato tutto su due domande: «Ci sono rifiuti tossici anche nel Sannio e, se sì, dove?». Difficile dare risposte definitive in mancanza di ulteriori elementi circostanziati. Evitare i facili allarmismi è sempre buona norma. Spes so però negli anni scorsi la doverosa cautela ha fornito un alibi a chi non intendeva scoperchiare certi bollenti pentoloni. Ora che si è arrivati a parlare di «biocidio» in ragione del numero record di morti per patologie ricollegabili alla contaminazione ambientale è giunto il momento di mettere al bando burocrazia e formalismi e chiedere con forza alle istituzioni di fare finalmente il proprio dovere.

 

Ovvero, dare risposte concrete ai cittadini che ogni giorno si ritrovano a domandarsi terrorizzati se il suolo che stanno calpestando non sia un nascondiglio di veleni mortali. Un incubo che purtroppo investe anche il Sannio. La deposizione resa nel 1997 dall’ex tesoriere dei Casalesi alla Com missione bicamerale d’inchiesta fa accenno più volte a Benevento. La più esplicita è quella che indica «parte del Beneventano» tra le aree controllate dal clan. E a spiegare meglio di quale porzione di provincia si tratti ci pensa un altro brano della testimonianza: «In Valle Caudina il nostro capozona era Mimmo Pagnozzi ». Ci sono dunque gli elementi per soffermare prioritariamente l’attenzione su quella zona, peraltro notoriamente a rischio. Ma non per un mero omaggio alla tradizione criminale. A rivelare il rischio di traffici illeciti di rifiuti pericolosi in Valle caudina è stata pochi mesi fa la stessa Commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione aggiornata e pubblicata a febbraio 2013. Interrogato dai commissari nel 2011, l’allora comandante provinciale del Corpo forestale, Angelo Vita, metteva a verbale: «Abbiamo avviato indagini a seguito di esposti nei quali venivano segnalate cave a cielo aperto presenti sul territorio oggetto di deposito illecito di rifiuti tossici e pericolosi. Un fenomeno denunciato da più parti -prosegue la relazione - che sarebbe presente soprattutto nella zona a sud della provincia di Benevento, con centinaia di buche scavate su terreni che avrebbero dovuto essere utilizzate per la realizzazione di case». Ce ne sarebbe abbastanza per tremare ma Vita conclude ancora più esplicito: «Secondo quanto contenuto negli esposti pervenuti al Corpo forestale, dentro queste enormi fosse sarebbero stati interrati, negli anni, fusti di rifiuti tossici». Cave, dunque, come quelle raccontate da Schiavone e in alcuni casi effettivamente rinvenute in aree del Casertano e del Napoletano. Inevitabile domandarsi se le buche segnalate anche nel Sannio sono state poi indagate, e quali sono i risultati emersi dalle verifiche. Il numero uno della Forestale dell’epoca prefigurava un «intervento di ampio raggio per un monitoraggio di massima da effettuare attraverso l’analisi spettrografica e satellitare». Intervento che però non è stato effettuato, come rivela l’attuale comandante provinciale del Corpo forestale, Angelo Marciano: «Il protocollo preannunciato in quella sede avrebbe dovuto vedere coinvolti la Regione, la Provincia e la Forestale. Si prevedeva l’utilizzo della postazione di rilevamento satellitare della Provincia denominata «Marsec». Non se n’è fatto più nulla per ragioni credo legate anche alla sostenibilità economica. Abbiamo comunque provveduto come Corpo forestale a partire dal 2011 ad effettuare verifiche in alcune aree della Valle Caudina attraverso strumenti per la rilevazione termica. In particolare abbiamo indagato un’area a Bucciano e altri siti di comuni limitrofi. Le apparecchiature non hanno fatto emergere situazioni critiche». Caso chiuso, dunque? Non proprio: «I rilievi che abbiamo effettuato non ci consentono pur troppo di escludere che in provincia possano esserci ancora situazioni di rischio. Per poter scrivere una parola definitiva occorrerebbe una campagna di verifiche a tutto campo che richiederebbe ingenti risorse economiche, in una stagione caratterizzata invece da budget sempre più risicati. Noi comunque – conclude Marciano - andiamo avanti cercando di accertare tutte le situazioni di pericolo che ci vengono segnalate, anche in forma anonima. Abbiamo in corso qualche indagine che potrebbe portare alla scoperta di casi di contaminazione. Ma il dovere di riservatezza mi impone di non aggiungere altro».

LE CAVE IN VALLE CAUDINA

E’ il passaggio più inquietante della relazione redatta dalla Commissione bicamerale d’inchiesta. Nella sezione dedicata alla provincia di Benevento, segnatamente alla pagina 1023, si fa esplicito riferimento a «centinaia di cave che sono state scavate nel terreno che avrebbe dovuto essere utilizzato per la realizzazione di case». In realtà, secondo quanto rappresentato in numerosi esposti presentati al Corpo Forestale, «dentro queste enormi fosse sarebbero stati interrati, negli anni, fusti di rifiuti tossici». Una messe di segnalazioni tale da rendere necessaria una campagna di verifiche. «Il Corpo forestale dello Stato - si legge ancora nella relazione conclusiva della Commissione - ha in progetto di sottoscrivere con la provincia di Benevento e con la regione Campania un protocollo d'intesa che prevede un'analisi spettrografica e satellitare». Un’azione meritoria che però non è mai andata in porto.

IL CASO CEPPALONI

Nella relazione della Commissione bicamerale c’era  già scritto il caso Ceppaloni. La «Operazione Ragnatela» che nell’agosto scorso ha portato a svariati arresti per gravi illeciti nel campo dei rifiuti era già stata delineata dal Corpo forestale ai parlamentari membri dell’organismo d’inchiesta. «In merito al traffico di rifiuti - metteva a verbale l’allora comandante del Corpo forestale, Angelo Vita – si corre il rischio che il territorio possa essere destinatario di sversamenti illeciti provenienti dal napoletano e dal casertano. Su questo aspetto è in corso un’indagine riguardante una discarica privata nella quale vengono illecitamente scaricati anche rifiuti pericolosi, perlopiù sanitari». L’indagine ha portato poi alla luce effettivamente ingenti quantitativi di rifiuti tossici, perlopiù sanitari misti a scarti edili, sversati del tutto abusivamente in un terreno da parte della famiglia Tranfa».

MONTESARCHIO E I PAGNOZZI

Altro aspetto rilevante della relazione è quello che riguarda un caso di possibile commistione tra amministrazioni locali e malavita organizzata nel campo dei rifiuti. Si tratta della vicenda approfondita in sede giudiziaria relativamente all’appalto dato dal Comune di Montesarchio alla ditta «Sogesi» per i servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Una vicenda che aveva coinvolto anche un rampollo della famiglia Pagnozzi, Mattia, legato al Domenico Pagnozzi che Carmine Schiavone indica nella ormai celebre deposizione in Commissione bicamerale come «nostro capozona in Valle Caudina». Insieme ad esponenti del cosiddetto clan Iadanza, Pagnozzi avrebbe pilotato l’affidamento della gara. Le verifiche processuali successive hanno però escluso l’accertamento delle circostanze emerse nelle prime fasi dell’inchiesta.

Fonte: Ottopagine

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