di Domenico Rossi
C'era una vorta un re che dar palazzo mise fora a li popoli st'editto: "lo so' io e voi nun sete un cazzo!" Sori vassalli buggiaroni e zitti, ch'io fa dritto lo storto e storto il dritto, posso venneve pure a tanto ar mazzo e se v'impicco nun ve fa' strapazzo, che la vita e la robba ve l'affitto! Chi abbita a questo manna senza esse né Papa, né Re, né Imperatore, quello non avrà mai vosce in capitolo e co st'editto mandò il boia per curriero a domandà la gente in sur tenore e tutti gl'arisposero: "È vero, è vero!".
Il poeta romanesco utilizza una metafora che, per avventura non ci lascia indifferenti. I ceppalonesi hanno sempre avuto, sin dal dopoguerra, nel Comune o nei territori limitrofi, politici di un certo rango, tutti con un unico pallino: voler dimostrare che si può ben essere profeti in patria. Nell'esercizio di un potere spropositato rispetto ai singoli, hanno favorito questa o quella famiglia, consolidando la pratica del voto di scambio e invertendo cosi i termini dell'etica politica. Infatti, nella specie, non è il cittadino a premiare il politico per aver agito nell'interesse del paese, ma è il politico che premia il cittadino che vota come da lui indicato. Il voto di scambio, ormai è risaputo, genera quel fenomeno ributtante che si chiama Famigliopoli. Famigliopoli si verifica quando nel pubblico i figli occupano i posti dei padri. La piovra, immancabilmente, si allarga e diventa Parentopoli e il pubblico viene occupato da figli o parenti di assessori, sindaci o quant'altri. Questo significa ingiustizia, iniquità, disuguaglianza sociale, mortificazione dei più meritevoli. Ma la cosa inverosimile è la ricaduta disastrosa sulla politica del territorio e sull'incoerente sviluppo (si fa per dire!) urbanistico che è conseguito alla pervicace resistenza ad utilizzare spazi centralizzati rispetto alla piazza, dove si trovano la Chiesa dell'Annunziata, i bar, il municipio. Sui predetti spazi si sarebbe potuta costruire quella parte del paese con annesse strutture sportive per i giovani che invece è stata precipitata a valle dividendo il paese e la popolazione in due. Così si poteva dare vita e nuova linfa ad una gioiosa aggregazione di popolo e municipalità di cui si l'a sente tanto il bisogno. Una nuova generazione si è m affacciata alla ribalta e si distingue per il salto di qualità increbile che ha fatto: abbiamo giovani artigiani di qualità, un cospicuo numero di laureati, alcuni alla LUISS, altri specializzati all'estero, altri frequentanti importanti Università. Per d converso, abbiamo un borgo medievale in rovina e abitato da un numero di famiglie che si conta sulle dita di una mano. Il borgo doveva essere fonte di studi sulla realtà medievale, attrazione di turisti e volano di una nuova civiltà che superasse l'eredità contadino-piccolo I borghese e instaurasse nuovi e più progrediti rapporti con l'esterno. Ma c'è il castello in ristrutturazione! Se mai lo vedremo completato o sapremo quale destinazione avrà, si ritornerà al problema dell'accesso al maniero, raggiungibile o attraverso la strada detta del cortile, che si chiude ad imbuto, o attraverso le stradine del borgo in completo disfacimento e popolate da randagi. Per converso, ancora, non abbiamo un distributore di benzina e non l'abbiamo mai avuto. Non abbiamo un servizio di collegamento diretto con Napoli (in passato lo avevamo) né con Fisciano. Le strade risalgono al '48, strette e con scarsa visibilità. Se ne ricordino gli amministratori quando andranno a determinare le aliquote della Tares. Naturalmente lo stato di degrado non è espressione precipua solo del presente ma è il risultato di politiche non lungimiranti riconducibili ad anni precedenti lo scorcio del secolo. Gli Spartani, racconta lo storico Plutarco ne "Le virtù di Sparta" venivano spesso interrogati su quali fossero i confini della loro terra e le mura della loro città, mura che nessuno vedeva. In merito ai confini rispondevano: "Fino a dove arriva questa qui" e agitavano la punta della lancia. Quanto alle mura, giustificavano la loro assenza spiegando semplicemente: "Le nostre mura sono i nostri cittadini". È ben vero, sol no i cittadini il presidio del paese, allo stato, non i loro politici. Gli Spartani avevano le lance, i ceppalonesi il voto.