Zì Antonio Fantasia ha compiuto 100 anni!!
Antonio ha quasi un secolo di vita, è lucido, autonomo, un pò sordo e per questo indisponente e chiacchierone. La sua vita, nonostante sia più che longeva, è stata costellata da diverse disgrazie e pochissime gioie. Il suo credo principale, da sempre, è il lavoro manuale. Santa Croce, un borgo contadino appollaiato su una verde collina di circa quattrocento metri sul livello del mare, è stata la sua patria, la sua dimora, la Salvasua residenza. Mi accingo a costruire questa intervista immaginaria per rendere omaggio ad una persona immune da vizi, con molti valori che dovrebbero essere sempre validi per gli adolescenti di oggi.
Sono sicuro che i miei venti lettori saranno ben contenti di sapere cosa è capitato ad una persona nata in un borgo di Ceppaloni nel lontano 24 Novembre 1911. La storia ci tramanda che in quel periodo la strada provinciale che attualmente collega Ceppaloni con Barba era in costruzione. Detta via che attraversava Santa Croce si chiamava, come ora si chiama, via Santa Maria. Questa stradina era transitabile da persone con asini, però aveva un grande pregio, presentava poche curve e per raggiungere Santa Croce da Ceppaloni si impiegavano circa dieci minuti, chiaramente camminando lento pede. La prima riflessione che mi sorge spontanea è che non sempre il progresso accorcia le strade. Il signor Antonio nacque in una vecchia casa nel centro storico di Santa Croce. L'adolescenza la trascorse in una casa colonica a poche centinaia di metri dal centro storico di Santa Croce. Diomede era il padre, Erminia la madre; la sua famiglia naturalmente era numerosa. Infatti la prole era suddivisa equamente in tre maschietti e tre femminucce. Non proseguo con notizie storiche e cerco di rappresentare oppure raccontare oppure illustrare ... spiegare, facendo un salto di venti anni, l'adolescenza del nostro protagonista Antonio. E' l'estate del 1931 quando il Nostro viene chiamato alle armi la prima volta. A Zara, allora territorio italiano, svolge la leva militare. Dopo circa due anni torna a casa e, come in quei tempi accadeva, si sposa con una brava ragazza di nome Elvira e, copione consueto nel secolo scorso, la donna rimane incinta naturalmente senza cure particolari. A questo punto lo Stato italiano dichiara guerra all'Eritrea e richiama alle armi i giovani nati nel 1911. Il signore Antonio parte lasciando la sposa sola con un bimbo in grembo. Dopo circa dieci mesi, viene mandato in licenza premio e trova il suo erede che prenderà il nome del nonno, Diomede. Non fa in tempo a vedere camminare questo bimbo perché la Patria di nuovo lo richiama alle armi. Dopo diverse destinazioni viene spedito nel' 43 nella Piana di Catania, alle falde del vulcano Etna. Passano diversi mesi, lui continua a fare l'artigliere senza mai chiedere di andare in licenza per vedere la moglie, il figlio Diomede e una bimba che frattanto è arrivata ad allietare la casa del signor Antonio. Nel suo compito è imperterrito, svolge con applicazione il suo dovere di buon soldato, ma in un fatidico pomeriggio torrido nel luglio 1943, mentre si trova al Pezzo, viene ferito gravemente insieme con i suoi compagni d'armi. Se la caverà miracolosamente. Dopo mesi di degenza, in diversi ospedali della Sicilia, viene mandato a casa e finalmente potrà giocare con il figlioletto Diomede, ormai pronto per essere iscritto alla prima elementare, e con una bambina bellissima di nome Clara. Mi rendo conto che questa intervista sta prendendo le forme, e non solo, di un romanzo storico, ma non è così. Oggi il signor Antonio alle soglie dei cento anni porta sulle sue natiche ancora i segni di quel pomeriggio terribile. La vita, la sua esistenza non è stata piena di gioie. Terminata la guerra torna nel suo borgo natale e, senza grilli per la testa, riprende indefessamente il lavoro di contadino. In quel periodo Antonio lavorava contemporaneamente nel suo podere, in quello di un suo caro amico come mezzzadro; di domenica, normalmente giorno di festa e di riposo, andava a lavorare nei campi di amici e parenti. Il suo prodigarsi aveva lo scopo primario e forse unico di rendere la sua famiglia economicamente, se non florida, perlomeno indipendente. Il Nostro protagonista non ha firmato in vita sua mai una cambiale, non ha contratto mai qualsivoglia debito con chicchessia. Pur tuttavia nella primavera del '47 Diomede, quasi adolescente, viene colpito da una non meglio identificata cardiopatia e nel giro di pochi mesi 1'esistenza del signor Antonio viene brutalmente scossa dalla morte inopportuna ed imprevista del primo figlio. La Provvidenza di Dio, la sua Misericordia, la Carità verso le persone oneste è ineguagliabile. Infatti, la moglie del signor Antonio nello stesso anno, cioè il 1947, più o meno alle idi di agosto dà alla luce un bel maschietto che naturalmente si chiamerà Diomede. Ora facciamo un piccolo salto e ci portiamo nell'agosto 1962, quando, come tutti sanno, avvenne il primo disastroso terremoto nell'Irpinia e nel Sannio. Il ostro in questo periodo vive in una piccola casa che ha comprato con sudore, lacrime e sangue. A Santa Croce in quel periodo vi erano cento famiglie, ma il numero degli abitanti si avvicinava alle cinquecento unità. La radio era un privilegio di pochi e la televisione una mosca bianca. Si può dedurre facilmente come passavano le serate d'inverno i coniugi di questo piccolo borgo. Antonio anche in questo si è rivelato una persona oculata e parsimoniosa; infatti, la sua è una delle poche famiglie non numerose. Senza dubbio una persona coerente fino a quel famoso terremoto del 62. Come sempre accade anche oggi al sud, per ottenere un diritto era necessario, come lo è tuttora, avere degli amici influenti. Il Nostro, resosi conto che i suoi vecchi amici si stavano prendendo gioco di lui, cambia schieramento politico. Quest’avvenimento gli vale il privilegio di un decreto del terremoto equivalente a tre milioni e mezzo di vecchie lire, più o meno centocinquantamila euro di adesso. Costruisce la sua nuova casa nel terreno ereditato dal padre e vi si trasferisce con la famiglia. La figlia, agli inizi degli anni 60, si sposa ed emigra in Germania. Il figlio Diomede, invece, alla fine degli anni 60, si arruola nei carabinieri. Il nostro protagonista è uno dei pochi cittadini residenti in questo borgo a non aver oltrepassato i confini di Ceppaloni. La sua attività è stata sempre improntata a cristallina onestà. Ha sempre lavorato i campi dallo spuntar del sole alla comparsa della luna. Con la sua voglia lavorativa è stato capace di migliorare la sua condizione economica, pur rimanendo sempre e comunque a Santa Croce. La fatica fisica, il lavoro manuale sono stati per lui un atto dovuto. In campagna si lavora sodo, ma si scherza anche, si ride senza pensare alle tante ore lavorative, senza temere rimproveri dal padrone; il tutto eseguito e svolto in completa serenità. L'animale dei nostri giorni, che tanto attanaglia la società attuale, dal signor Antonio non è stato mai conosciuto. Si lavora ininterrottamente anche dieci, dodici ore al girono, senza lamentarsi, con poche pause per cibarsi, con lo stomaco quasi vuoto, ma utilizzando cibi prodotti in loco e quindi genuini. Avviene quasi sempre ciò naturalmente, ma ogni tanto qualche incidente di percorso si para davanti al nostro novello Dante. Il signor Antonio, pur non conoscendo la letteratura italiana, spesso è stato capace di sconfiggere le tre fiere di dantesca memoria. Ancora oggi alla veneranda età di 99,99 anni, lui si diletta a raccontare la sua vita, quasi con fervore agonistico. Possiede anche una naturale predisposizione al protagonismo. Infatti, a ferragosto, quando nel nostro paese si festeggia la Madonna Assunta, nostra patrona e protettrice, fino a qualche anno fa, lui svolgeva un compito molto impegnativo: radunava ragazzi e ragazze del paese e con delle ceste di vimini passava di famiglia in famiglia raccogliendo doni per la Madonna che poi durante l'intervallo del concertino, cioè dalle 22:30 alle 23:30, con grande perizia comunicativa vendeva all'asta producendo un grande beneficio per il comitato feste. Addirittura dal capoluogo, cioè da Ceppaloni, a metà settembre lo ingaggiavano per la vendita dei doni della Madonna Addolorata. restano famose alcune frasi e soprattutto il tormentone: "Milli liri e uno….. milli liri e due….. mille lire e tre…… aggiudicato!!!!”. Un' altra forma di protagonismo schietto e sincero era la manifestazione che si svolgeva a febbraio durante il carnevale. Si organizzava una recita cantata e parlata che nomavasi "macherata", parché gli attori erano persone del popolo che in quei giorni approfittavano del carnevale e quindi della mascherata per avanzare delle rivendicazioni ai potenti dell'epoca. L'avvenimento usualmente si svolgeva nella piazza principale del paese. I personaggi usuali erano: Re e Regina con Principi e Principesse; Maghi e Venditori ambulanti con il solito Pulcinella, il quale con battute salaci alleggeriva il tono serio e drammatico della manifestazione. La storia aveva un suo contenuto morale, ma presentava anche sprazzi di gaia frivolezza. Gli abitanti del posto si divertivano con grande entusiasmo. Vogliamo ricordare che stiamo parlando degli anni 50 e che la tv era ancora un oggetto che pochi potevano acquistare. Antonio incarnava il male Assoluto, perché spesso queste storie erano costruite con una guerra spietata tra il bene, cioè Dio, contro il male, cioè il Diavolo. Il nostro protagonista aveva un bel vocione ed in quei tempi riusciva a farsi ascoltare anche senza l'ausilio dei microfoni. Anche il suo travestimento era abbastanza stravagante. Infatti, si pitturava la faccia col nero carbone, si vestiva con un grande mantello nero, come cintura portava delle grosse catene. Spesso, quando attaccava gli Angeli per la disputa delle anime perse, fendeva l'aria con un grosso vincastro nodoso. Ogni suo atteggiamento incuteva paura e sgomento negli spettatori. Gli Angeli, normalmente, venivano rappresentati da giovani fanciulle in fiore che spesso e volentieri tremavano dalla paura quasi che la scena stesse per verificarsi veramente e seriamente. Antonio, più degli spettatori e degli altri attori, si divertiva da morire perché finalmente dopo un anno di soprusi ed ingiustizie poteva gridare tutta la sua rabbia contro il potere. Intanto, il tempo passava, la condizione economica migliorava, i figli, ormai sposati, avevano procreato e lui piano piano aveva quasi smesso di lavorare. Durante 1'estate, all'ombra dei pioppi, in piazza Santa Croce, il ostro si dilettava con gli adolescenti raccontando la sua vita avventurosa con precisione e senza stonature. L'episodio che più spesso raccontava era sicuramente quello svoltosi nella piana di Catania. Il suo capitano per incoraggiare i soldati aveva quasi imposto, nel momento dell' attacco, che tutti insieme, mentre caricavano il cannone, dovevano urlare all'unisono (fuuuoco). Anche in quel maledetto giorno di luglio del 43, mentre i bombardieri alleati scaricavano centinaia di bombe nella piana di Catania e in tutta la Sicilia, quasi come se niente stesse accadendo, intimava ai propri soldati il solito ritornello: "fuoco,fuoco,fuoco, a volontà". Questa volta, però, molti ragazzi ventenni furono colpiti da proiettili e schegge. Alcuni rimasero inermi sul terreno che si colorava di rosso, altri feriti più o meno gravemente cercarono la salvezza nelle masserie sparse della piana di Catania. Anche il nostro protagonista, come abbiamo già detto precedentemente, fu ferito in modo grave con schegge in molte parti del corpo conficcate. Resosi conto del pericolo scampato, cominciò a correre senza una meta precisa, cercando una via di scampo, ma oramai il sole sembrava fosse andato in vacanza; gli aerei, sorvolando la pianura, seminavano proiettili, paura e morte. Le schegge, intanto, avevano creato un inferno sulla terra. FERITO E STREMATO dall'abbondante perdita di sangue e dalla corsa a perdifiato verso un rifugio che non si appalesava, il ostro quasi sviene, ma come sempre la Provvidenza viene in suo aiuto, prendendo, le sembianze di un giovane contadino indigeno che lo soccorre, se lo carica sulle spalle e lo porta nella sua casetta semidistrutta dalle bombe. Subito dopo viene medicato e curato alla meglio. Verso sera, quando ormai il bombardamento è terminato, giunge sul posto una camionetta della Croce Rossa e porta lui, ferito gravemente, in ospedale a Catania. Resterà ininterrottamente ricoverato sei mesi prima di poter tornare, con il piombo addosso, a Santa Croce, dove finalmente potrà rivedere la moglie Elvira ed i figli, Clara ed il primo Diomede. Raccontato così questo episodio può sembrare inventato, però chi scrive è stato negli anni '60 testimone oculare dei racconti di ZIO ANTONIO (L'ARTIGLIERE). Noi giovani adolescenti con grande rispetto, ascoltavamo queste storie toste e vere, abbiamo toccato con mano le schegge ormai consumate e non più contundenti, sulle sue natiche. Alla fine degli anni '60 il signor Antonio con poca assiduità prendeva la corriera della ditta Rossi, da Santa Croce si recava a Benevento, capoluogo di provincia. Puntualmente la sua esuberanza veniva a galla durante il tragitto. Alle sette di mattina la corriera era zeppa di operai e studenti, questi ultimi, soprattutto le ragazze, si appassionavano ai racconti coloriti ed avventurosi che con enfasi romanzesca snocciolava. Nei suoi racconti vi erano episodi grotteschi, ma anche periodi e pezzi di storia vissuta. Ora mi piace descrivervi un accadimento che più volte in quegli anni ha raccontato alle giovani promesse di Santa Croce e Ceppaloni. Una sera fu messo di guardia con un compagno d'armi, tale Cannito Francesco, il quale si era accordato con altri compagni e con il sergente di turno, preparando uno scherzo da prete al nostro protagonista. Quella sera infatti, poco dopo la mezzanotte, mentre Francesco fa finta di dormire, s'avvicina al posto di guardia con passo felpato una figura che nonostante i diversi tentativi di fermarla con ripetuti "ALT, CHI VA LÀ", questa figura non meglio identificata s'avvicina sempre più al signor Antonio. A questo punto spaventato come non mai, si blocca e non riesce a sparare e quindi appena il contatto umano si rende necessario ha inizio una colluttazione selvaggia con sgradevole, sorprendente appendice. Dopo diversi minuti di lotta il signor Antonio riesce ad immobilizzare la persona intrusa e, sorpresa delle sorprese, si rende conto di aver lottato con una donna nera, bella e molto giovane. La ragazza senza porsi problemi si offre per poche lire. Il signor Antonio che aveva in Italia moglie e figlio non accetta di essere sedotto. La scena a questo punto assume contorni ironici, infatti i compagni d'armi insieme con il sergente appaiono per prendere in giro il Nostro. Il sergente, però si congratula con il valoroso soldato per il coraggio e per i valori umani mostrati. Bisogna aggiungere che questo scherzo di cattivo gusto fu spesso praticato durante la seconda guerra mondiale. I giovani soldati spesso venivano umiliati dai superiori, che non tenevano conto della sofferenza e del fatto che per anni rimanevano lontani dalle proprie mogli, dalle fidanzate e quindi avevano bisogno di una carezza affettuosa, di uno sguardo compiacente; a voi cari lettori immaginare dell' altro. La prima parte del viaggio, cioè i primi quindici minuti erano dedicati al racconto; la seconda parte era dedicata al dibattito. Alcune ragazze quelle più perspicaci, volevano la descrizione fisica dell'amazzone Etiope, quelle più tranquillechiedevano al signor Antonio di descrivere le sensazioni, le turbative che aveva provato in quei minuti di lotta e soprattutto come aveva reagito alla scoperta dello scherzo poco edificante ??. Gli ultimi quindici minuti, cioè la terza parte del tragitto SANTA CROCE - BENEVENTO, il signor Antonio li consumava intrattenendo i giovani con battute più o meno di dubbia moralità. Alcune volte raccontava che la ragazza era appestata e che un suo compagno ci aveva rimesso la pelle. UN'ORA D'AMORE, A VOLTE, PUÒ COSTARE CARA! Altre volte si dilungava sulla sua integrità morale sostenendo che, come ogni buon cristiano, portava rispetto al sacramento del matrimonio e che mai e poi mai avrebbe tradito la moglie. Però spesso ammetteva che la nostalgia di SANTA CROCE era tanta e che il desiderio, il sacro fuoco dei vent'anni, non erano facilmente reprimibili. Al capolinea delle poste, cioè a Benevento, si concedava con un solenne ed assolutorio «BEATA, GIOVENTU’», aggiungendo fra il serio ed il faceto «cosa non farei per avere i vostri magnifici sedici anni».
I miei pochi lettori ora avranno un dubbio legittimo: quale sarà stato il neo, il difetto del nostro Antonio? Avrà commesso nella sua lunga ed avventurosa esistenza qualche errore? ... Vi propongo una piccola scommessa. Ebbene sì! .Ma lo scoprirete vivendo. La seconda parte dell'intervista, più o meno verosimile, sarà pubblicata post-mortem, cioè tra venti anni. Cosa tratterà? .. Parlerà dell' era democristiana; della fine ingloriosa di Craxi e di quella scandalosa del nostro amato Silvio. Sarà breve e succulenta, sarà scorrevole e veritiera, sarà capace di fatti e personaggi reali e finti. L'intervistatore dando alle stampe questo breve lavoro, s'augura fortemente di non essere giudicato con troppa severità.
Quest' opera prima è certamente carente, d'altronde non potrebbe essere altrimenti. L'ordine, la disposizione, la saggezza e quelle felici pennellate che si trovano in alcuni romanzi inglesi, in questo piccolo volumetto non ci sono; troverete sicuramente delle semplici perifrasi, prive di garbo letterario, licenziosità ed oscenità non coperte da quel velo di garza che le renderebbe tollerabili e forse piacevoli. L'autore non vuole essere ammiccante e nemmanco co-protagonista, ma semplicemente rendere nota una vita semplice e parallela a tante vite complicate e sciatte che hanno popolato la storia d'ITALIA del secolo scorso. Il 900 è stato il secolo delle guerre, della colonizzazione, per arrivare poi alla globalizzazione ed alla ritrovata libertà di tanti popoli oppressi per anni.L'autore non celiando, ma con grande senso dell'umorismo, sa di essere stato oggetto di tante sconfitte, e quindi non ha paura della prossima che potrebbe essere la più sgradevole. Fare l'appello dei buoni e dei cattivi nella società attuale a cosa serve? ..
Ipse dixit «gli assenti hanno sempre torto».