Inchiesta Arpac, la difesa di Sandra Lonardo

1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 (0 Votes)
SandraIl Tribunale del riesame dovrebbe depositare nelle prossime ore la decisione sul ricorso presentato dai difensori di Sandra Lonardo, Severino Nappi e Alfonso Furgiuele, per ottenere l'annullamento della decisione del Gip che ha imposto il divieto di dimora in Campania e nelle province limitrofe del presidente della Consiglio regionale.
Si tratta di una memoria copiosa, dettagliata che richiama e cerca di "smontare" l'impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Napoli, accolta dal gip.
Scontati sono i riferimenti alle deposizioni di "persone informate dei fatti" che sono alla base delle accuse dei pubblici ministeri di Napoli. Tra esse, naturalmente, i sanniti Giuseppe De Lorenzo e Teresa Suero. Tirate in ballo anche vicende riguardanti l'Asl Benevento 1, la vicenda dell'assunzione del comandante dei vigili urbani di Benevento, Francesco Delvino, nonchè vicende amministrative del Comune di Morcone.
I gravi indizi di colpevolezza
Nell’impugnata ordinanza il Gip ha precisato che la misura coercitiva è stata applicata all’indagata con esclusivo riguardo ai delitti contestati ai capi 23) e 24) della richiesta cautelare (solo per i quali era possibile l’applicazione della cautela personale, a norma dell’art. 280 c.p.p.); consistenti, rispettivamente, il capo 23) in un “fatto” contestato a titolo di falso ideologico e truffa aggravata (e riqualificato dal Gip con l’impugnata ordinanza in peculato) e il capo 24) nell’accusa di promozione/direzione di associazione per delinquere. Pertanto è esclusivamente con riferimento a tali accuse che si deve verificare l’effettiva sussistenza del presupposto per l’applicazione delle misure cautelari personali, previsto dall’art. 273 c.p.p.
L’accusa di essere capo e promotrice di associazione per delinquere
1. La “atipicità del fatto contestato.
Con il capo 24) è contestata una singolare fattispecie di “associazione per delinquere”, nella quale lo “scopo” di commettere “una serie indeterminata di delitti”, necessario per la tipicità del fatto, sarebbe rappresentato, invece, dalla “finalità” di “acquisizione del controllo delle attività pubbliche di concorso e gare pubbliche bandite dagli Enti territoriali campani, attraverso la realizzazione di reati di falsità ideologica, turbata libertà degli incanti, corruzioni, abuso di ufficio e rivelazioni del segreto di ufficio”.
L’editto precisa altresì che lo “scopo” sarebbe anche “procurare – agli associati ed a terzi – ingiusti profitti e in generale ingiusti vantaggi e comunque l’asservimento della funzione pubblica agli interessi del gruppo”.
La peculiarità di questa contestazione è insita nell’assunto implicito (ma chiaramente intellegibile), secondo cui il delitto di associazione per delinquere non debba essere integrato necessariamente dalla costituzione di un organismo collettivo dedito alla mera commissione di delitti, giacché sarebbe sufficiente uno scopo moralmente deprecabile, politicamente scorretto ovvero comunque in contrasto con il principio (art. 97 Cost.) del buon andamento della pubblica amministrazione (realizzazione di ingiusti profitti e vantaggi, asservimento della funzione pubblica), ancorché non necessariamente delittuoso, purché perseguibile anche “attraverso” la realizzazione di delitti.
Siffatta innovativa ed eccentrica tesi ermeneutica connota e fonda la transizione dall’impianto accusatorio posto a base della prima ordinanza applicativa di misura coercitiva, adottata nei confronti della Lonardo dal Gip di Santa Maria Capua Vetere per un solo reato, diverso da quello previsto dall’art. 416 c.p., all’odierna contestazione, con la quale l’accusa associativa è stata estesa anche ai vertici di un partito politico, nonostante siano ben poche le fattispecie delittuose costituenti i “delitti-scopo” loro ascritte, a titolo di istigatori o determinatori (peraltro mai come autori materiali).
Volendo evitare di ripercorrere le decine di pagine dell’ordinanza in questa sede impugnata (da 805 a 890), nelle quali il Gip ha tentato di dimostrare l’esistenza di una continuità non irrazionale tra l’originaria accusa di associazione per delinquere e la nuova contestazione formulata nel capo 24) della richiesta cautelare, basti qui riportare il seguente emblematico passaggio: “Secondo la ricostruzione accusatoria le ulteriori indagini, effettuate dopo la prima ordinanza, hanno fatto emergere che quell’associazione, oggetto dell’ordinanza genetica, era solo un’articolazione di una più vasta associazione nella quale più largo era l’orizzonte nel quale si muoveva l’associazione, più vasta e ramificata la mappa degli interessi, la capacità di dare, contraccambiare, concedere, pretendere in modo illecito favori in diversi ambiti amministrativi, radicata nel territorio campano da circa dieci anni” (pag. 817).
In estrema sintesi, il Gip ha inteso affermare che inizialmente era stata ipotizzata una piccola associazione per delinquere della quale facevano parte alcuni aderenti al partito politico Udeur ed altre persone allo stesso vicine, mentre le indagini più recenti avrebbero dimostrato l’esistenza di un più ampio sodalizio costituito da un gruppo di persone (definiti “vertici” del partito) tra le quali sarebbe stato stretto un pactum sceleris contestualmente alla costituzione dell’organismo politico, anche se non sovrapponibile ad esso; non è un caso, infatti, che il Gip faccia coincidere la nascita del sodalizio criminale con la fondazione dell’Udeur (avvenuta nel 1999).
In sostanza, l’associazione delineata dal Gip coinciderebbe proprio con la compagine di spicco del partito ed avrebbe la finalità di far acquisire potere e controllo ai presunti sodali nella Pubblica amministrazione, attraverso i suffragi ottenuti dall’organismo politico.Il dato saliente, quindi, è proprio il profilo di novità della tesi posta a base dell’impianto accusatorio, secondo cui può integrare il grave reato previsto dall’art. 416 c.p. anche una fattispecie concreta nella quale tre o più persone si associno per costituire o aderire ad un partito politico, con lo “scopo” non di commettere un numero indeterminato di delitti, bensì di acquisire e mantenere potere “politico”.
La riconducibilità del “fatto” al delitto di associazione per delinquere sussisterebbe se ed in quanto tale progetto risulti perseguito “a costo” di commettere delitti, ove mai si presentassero ostacoli al conseguimento dello scopo descritto.Questa impostazione di fondo, che permea tutta la motivazione dell’ordinanza impugnata, non è condivisibile perché confonde lo “strumento”, sia pur illecito, impiegato per il raggiungimento di una finalità penalmente irrilevante, con lo “scopo” indicato nella fattispecie prevista dall’art. 416 c.p.
Nel senso che il reato di associazione per delinquere, pur nella sua inquietante indeterminatezza, fissa quale unico crisma di tipicità del fatto, proprio il dolo specifico, integrato precipuamente ed indispensabilmente dalla finalità di commettere un numero indeterminato di delitti.
A ben vedere, tanto il Pubblico ministero nella richiesta di applicazione di misure coercitive, quanto il Gip nella copiosa motivazione dell’ordinanza, hanno confuso la fattispecie prevista dall’art. 416 c.p. con quella più grave, ma profondamente diversa, descritta dall’art. 416bis c.p.L’equivoco è comprovato dalla stessa formulazione del capo 24) d’accusa, nel quale è stata impiegata la locuzione “procurare – agli associati ed a terzi – ingiusti profitti e in generale ingiusti vantaggi”, che ricalca testualmente la previsione relativa al dolo specifico contenuta nell’art. 416bis c.p.: “per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.
Evidentemente sia al Pm che al Gip è sfuggita la macroscopica diversità esistente tra i due reati in esame, che la giurisprudenza di legittimità ha invece chiarito con innumerevoli e costanti pronunce, con le quali si è consolidato un “granitico” orientamento ermeneutico.
Testualmente ha affermato la Suprema Corte: “L’associazione di tipo mafioso si differenzia dalla comune associazione per delinquere anche per il fatto che essa non è necessariamente diretta alla commissione di delitti, anche se, ovviamente, questi possono rappresentare (e, di fatto, normalmente rappresentano) lo strumento mediante il quale gli associati puntano a conseguire i loro scopi.
Ad una tale affermazione è facile giungere sulla base di un semplice raffronto testuale fra l’art. 416 e l’art. 416 bis cod. pen. Mentre, infatti, la prima di tali norme, sotto la rubrica "associazione per delinquere", prevede il fatto di tre o più persone che si associno allo scopo esclusivo di "commettere più delitti", la seconda, sotto la rubrica "associazione di tipo mafioso" (priva, non a caso, dell'inciso "per delinquere"), prevede che gli aderenti ad una tale associazione si avvalgano della particolare forza di intimidazione di siffatto vincolo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva non solo per "commettere delitti" ma anche (congiuntamente o alternativamente), per realizzare taluno degli altri obiettivi successivamente indicati dalla norma, fra i quali quello, assai generico, costituito dalla realizzazione di "profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri".
Ne consegue che mentre non può parlarsi di associazione per delinquere ordinaria quando gli associati abbiano come scopo esclusivo la commissione non di un numero indeterminato di delitti, ma solo di uno o più delitti previamente individuati, nulla vieta la configurabilità, invece, del reato di associazione di tipo mafioso quando gli associati, pur essendosi dati un programma che, quanto a fatti specificamente delittuosi, presenti le stesse limitazioni, siano tuttavia mossi da altre concorrenti finalità, tra quelle previste dalla norma, e comunque adottino, per la realizzazione di quel programma e delle altre eventuali finalità, i particolari metodi descritti dalla norma incriminatrice” (cfr. Cass. pen., sez. I, n. 5405 del 11.12.2000/8.2.2001, RV 218089).
lla luce di siffatto orientamento, il fatto – finanche come descritto nel capo 24) d’accusa - si palesa atipico, cioè non riconducibile al delitto previsto dall’art. 416 c.p., giacché il presunto sodalizio non avrebbe avuto lo scopo “esclusivo” di commettere delitti.Ma sono proprio le parole usate dal Gip a pag. 817 della gravata ordinanza a dimostrare incontrovertibilmente che l’associazione ipotizzata non integra astrattamente la fattispecie tipica: “Le ulteriori indagini e le singole vicende sopra descritte hanno confermato che esiste in Campania un sodalizio politico affaristico, un comitato d’affari, promosso da alcuni soggetti del mondo politico-amministrativo-imprenditoriale che utilizza il potere del partito, nel caso di specie dell’Udeur, occupando enti pubblici come l’Arpac…, condizionando gli appalti, le nomine dei dipendenti dell’ente, strumentalizzando e stravolgendo la funzione pubblica, al solo fine di acquisire ed amministrare il consenso clientelare e particolare, in funzione dell’interesse del gruppo e procurando, attraverso condotte illecite, vantaggi solo ai beneficiari che fanno atto di fedeltà”.
In questo passo emerge proprio quanto già segnalato in precedenza: il Gip ha sostenuto esplicitamente che il partito Udeur, o per lo meno il gruppo dei suoi “vertici”, era un’associazione con finalità politiche deteriori, proteso ad assicurare vantaggi e interessi solo a coloro che “fanno atto di fedeltà”, scopo perseguito “anche a costo di commettere delitti”.
Evidentemente, quindi, nella stessa prospettazione accusatoria, non è mai stato un’associazione per delinquere, poiché lo scopo per il quale sarebbe stato stretto il “sodalizio” non sarebbe stato affatto rappresentato dalla commissione di delitti, costituenti invece mero strumento occasionale per il raggiungimento di altre finalità, reputate deprecabili ma obiettivamente non delittuose.
Se si esaminano, poi, le decine di pagine impiegate dal Gip per giustificare il pronunciamento in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza rispetto al reato previsto dall’art. 416 c.p., si scopre che ritorna continuamente la descrizione critica degli obiettivi politici del partito Udeur e dei pretesi sodali, che non sono mai rappresentati dalla commissione di delitti (pag. 818: “Perseguimento di fini personali e privati”; pag. 819: “logiche spartitorie e lottizzatorie”; pag. 821: “al fine di occupare posti nevralgici, presso l’Arpac, enti ospedalieri, Asl (…), da parte di persone gradite”; pag. 822: “condizionare le scelte della pubblica amministrazione ad interessi di carattere individuale e privatistico”; ecc.).
È molto emblematico il passo che si trova nelle pagine 828-829 dell’ordinanza, nel quale il Gip afferma candidamente, proprio a proposito della Lonardo, che costei era promotrice di un “sistema illecito associativo… che trova attuazione grazie all’utilizzo distorto del potere pubblico, esercitato non per scopi istituzionali, ma per attuare fini individuali e privati, che, ancora una volta, come avvenuto nelle vicende trattate assurte a rilevanza penale ove la predetta risulta coinvolta, sono finalizzate ad acquisire un’utilità politica e personale”. Nonostante una certa infelicità espressiva, il Giudice asserisce che l’indagata sarebbe promotrice di un’associazione che non avrebbe lo scopo di commettere delitti, bensì di realizzare obiettivi politici personalistici, in funzione dei quali i sodali terrebbero comportamenti che talvolta assurgono a rilevanza penale (!).
Non sembra necessario aggiungere altro. L’equivoco in cui ilpm ha indotto il Gip è tale che l’intera motivazione del gravato provvedimento cautelare risulta diretta a stigmatizzare un asserito cattivo modo di fare politica, mentre non si rinviene neppure un passaggio in cui il Giudice tenti di sostenere che il preteso sodalizio si sia prefisso lo scopo di compiere delitti. Con l’ovvia implicazione che gli indizi illustrati finiscono per delineare un quadro complessivo funzionale a muovere un rimprovero di tipo morale o politico, ma escludono inesorabilmente la configurabilità del delitto di associazione per delinquere.
In effetti mentre l’accusa originariamente era partita dall’idea di individuare un “sodalizio affaristico” che si accostava alla politica unicamente al fine di commettere una serie di delitti anche in danno della pubblica amministrazione, ora tale impostazione risulta capovolta e si è prospettata un’associazione per delinquere, nella quale la commissione di delitti non rappresenta più lo scopo genetico, giacché essa avrebbe l’obiettivo di acquisire e gestire il potere politico, al più accettando l’eventuale necessità che siano compiuti reati.
2. I “delitti-scopo” contestati alla Lonardo. A prescindere dalle insuperabili considerazioni in punto di diritto sostanziale sin qui illustrate ed al solo fine di verificare, sotto un profilo probatorio, l’effettiva esistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di associazione per delinquere contestato alla sig.ra Lonardo, si rende indispensabile procedere all’esame dei capi di accusa inerenti ai c.d. “reati-scopo”, alla stessa indagata ascritti (sia con la prima ordinanza cautelare del gennaio 2008 che con quella che qui si impugna); e ciò indipendentemente dall’idoneità intrinseca di ciascuna delle fattispecie a giustificare autonomamente l’applicazione della misura cautelare coercitiva (art. 280 c.p.p.).
Siffatta esigenza trae origine dall’orientamento giurisprudenziale citato nella stessa ordinanza cautelare e nella relativa richiesta avanzata dal Pm (cfr. ord. caut. pagg. 808 e 809), secondo cui, in mancanza di una “prova diretta” dell’esistenza di un’associazione per delinquere e/o della partecipazione (o addirittura della promozione/direzione), è possibile apprezzare quale elemento indiziario univoco la comprovata responsabilità per un certo numero di delitti-scopo dell’associazione, ove risultino realizzati sempre dalle stesse persone, con modalità analoghe.
Ebbene già e proprio in quest’ottica appare palese l’inadeguatezza probatoria del riferimento ai delitti scopo ascritti alla Lonardo rispetto all’oggetto della prova, rappresentato appunto dall’attribuzione alla stessa del ruolo di partecipe (e, addirittura, di promotore/organizzatore) dell’associazione per delinquere ipotizzata dall’accusa. Ed invero, in questa prospettiva risulta estremamente significativo rilevare come nell’arco dei dieci anni di operatività della presunta organizzazione criminale ricostruiti nelle mille pagine dell’ordinanza cautelare qui impugnata, la sig.ra Lonardo (nel ruolo apicale sopra delineato), secondo la stessa prospettazione accusatoria, si sarebbe resa responsabile, peraltro a mero titolo di concorso morale per istigazione, di appena tre (3!) delitti-scopo, complessivamente contestati con le due ordinanze cautelari (quella del Gip di Santa Maria Capua Vetere e quella in questa sede impugnata). In particolare, in aggiunta alla tentata concussione in danno dell’Annunziata Luigi contestata al capo n. 8) della originaria ordinanza cautelare del gennaio 2008, in questa sede le si addebitano soltanto il delitto di abuso di ufficio (capo 8 dell’attuale rubrica) e quello di peculato (capo 23 dell’attuale rubrica, come riqualificato dal Gip). Infatti, con riguardo alla contestazione contrassegnata dal n. 27), riferita alle vicende del dott. De Lorenzo, lo stesso pm ha escluso che sussistono i gravi indizi di colpevolezza a carico della Lonardo (cfr. pag. 803 dell’ordinanza cautelare).
Dunque, già il semplice dato numerico e percentuale, se rapportato al vastissimo arco temporale su cui si sono concentrate le indagini (dieci anni) ed al cospicuo numero di reati contestati con entrambe le ordinanze cautelari a persone diverse dalla Lonardo, dimostra univocamente come le tre ipotesi specifiche di reato a lei contestate risultino totalmente inidonee a configurare un quadro indiziario grave rispetto all’accusa di partecipazione alla presunta associazione per delinquere, meno che mai rispetto a quella di esserne promotrice e capo.Se, poi, si presta anche una minima attenzione a ciascuna delle contestazioni in questione, non può che giungersi alla conclusione della totale carenza di indizi a carico dell’indagata. L’accusa di concorso morale in peculato
3. Il capo 23) concernente i delitti di falso e truffa, riqualificati in peculato (l’incarico al Lucariello dall’Asl di Benevento). È necessario soffermarsi in modo particolare su questo addebito, giacché assume rilevanza nell’impianto della gravata ordinanza non solo quale indizio rispetto all’accusa associativa, ma anche quale autonomo presupposto cautelare per l’applicazione della misura coercitiva nei confronti della Lonardo.
Ciò posto, va immediatamente segnalato che la necessità del Gip (e, prima di lui, del Pm) di fare ricorso a siffatto capo di accusa per dimostrare la sussistenza del presupposto cautelare dei gravi indizi di colpevolezza (artt. 273 e 280 c.p.p.), denunzia soltanto come, in realtà, nel caso di specie manchino completamente le condizioni previste dalla legge per l’applicazione della misura cautelare coercitiva nei confronti della signora Lonardo.In questo senso appare emblematico rilevare innanzitutto come si sia dovuto ricorrere a menzionare un “fatto” risalente al lontano 2001, integrante – secondo la tesi del pm – il delitto di truffa aggravata pacificamente prescritto e quello di falso ideologico in atto pubblico (definito “di fede privilegiata” al chiaro fine di escluderne la già intervenuta prescrizione; rispetto al quale, però, sarebbe comunque operativo l’indulto del 2006!).
Così come palesemente incongrua – e, presumibilmente, finalizzata ad allontanare lo spirare del termine di prescrizione - appare la riqualificazione del “fatto” nel delitto di peculato effettuata dal Gip con l’impugnata ordinanza (a pagg. 576).
In punto di diritto, si deve subito segnalare come la qualificazione del delitto di truffa aggravata operata dal pm fosse giuridicamente coerente con la prospettata ricostruzione del “fatto”, mentre appare assolutamente errata la “riqualificazione” effettuata maldestramente nell’impugnata ordinanza.
Ed invero, è configurabile la fattispecie della truffa ovvero, eventualmente, quella dell’abuso d’ufficio, piuttosto che quella del peculato, quando il pubblico ufficiale agente, per procurare ad altri un indebito vantaggio patrimoniale in danno della pubblica amministrazione, si avvalga dell’“artificio” strumentale rappresentato dall’utilizzo di un documento all’uopo falsificato. Una volta eliminata dal legislatore (con l’art. 1 della legge 26/4/’90, n. 86) la fattispecie astratta del peculato “per distrazione”, confluita nell’ambito di applicazione della nuova previsione dell’art. 323 c.p., infatti, è residuata la sola ipotesi realizzabile mediante “appropriazione”, che è configurabile quando l’agente si comporti uti dominus rispetto al bene di cui abbia la disponibilità per ragioni del suo ufficio o servizio. Ebbene, è evidente che ciò non si verifichi quando, come qui sostenuto dall’accusa, l’agente al fine di rendere possibile una destinazione indebita al danaro pubblico (“distrazione”), non se ne “appropri”, ma ricorra ad un “artificio” (quale, appunto, il falso) strumentale al conseguimento di un obbiettivo di natura meramente distrattiva.
Il “fatto” contestato, dunque, giammai potrebbe integrare gli estremi del peculato concorrente con il falso, poiché ciò sarebbe possibile soltanto nella differente ipotesi in cui il pubblico ufficiale agente, dopo essersi “appropriato” del danaro o di altra cosa mobile della pubblica amministrazione, commetta un delitto di falso finalizzato ad occultare o dissimulare l’appropriazione già effettuata.
Sotto un differente profilo probatorio, poi, si deve segnalare l’assoluta inconsistenza del dato indiziario dal quale si vorrebbe desumere il ruolo di concorrente morale ascritto alla Lonardo.
A tal proposito, si ricorda in primo luogo che l’accusa si fonda esclusivamente sulle dichiarazioni rese al pm dalla persona informata sui fatti, Suero Teresa.
Ebbene, a prescindere dalla completa inaffidabilità di questa fonte testimoniale – portatrice di interessi personali e rancori manifesti, oltre che palesemente mendace in ordine a specifiche circostanze, come si dimostrerà documentalmente in prosieguo – si deve ricordare come, nell’ambito di tutta l’articolata ricostruzione della vicenda da costei operata in ordine ai fantomatici brogli elettorali ed all’incarico di consulenza affidato al Lucariello dall’Asl di Benevento, sia stato effettuato un unico riferimento alla signora Lonardo.
La Suero, infatti, si è limitata ad affermare di ricordare – a distanza di 8 anni - una sola circostanza riguardante l’indagata, peraltro mai riferita prima, nonostante dica di avere (lei e suo marito Bettini Aurelio) inoltrato fantomatiche denunzie (di cui si ignora l’esito e si deve, quindi, presumere che siano state archiviate!) e proposto ricorsi al Tar. Ha, cioè, affermato che nel corso di un colloquio avvenuto - nel lontano anno 2001 - fra lei ed il direttore generale dell’Asl di Benevento dell’epoca, Scarinzi Mario, quest’ultimo le avrebbe detto che l’incarico al Lucariello era stato conferito “in quanto gli era stato chiesto da Sandra Lonardo e da Cataldi Rugiero” (cfr. ordinanza cautelare a pag. 574).
Orbene, in primo luogo, appare in tutta la sua evidenza la totale ed oggettiva inconsistenza del dato probatorio: indipendentemente dall’inaffidabilità della fonte, non si capisce come possa considerarsi “grave indizio” siffatto tardivo e generico riferimento alla Lonardo, peraltro frutto di una deposizione de relato non confermata dalla “fonte diretta”, né da altro elemento probatorio “autonomo” .
D’altronde, non è possibile attribuire una qualche valenza probatoria alla frase che, a dire della Suero, avrebbe pronunziato otto anni orsono lo Scarinzi: non si sa se detta frase sia stata effettivamente proferita da costui, così come non ci sono elementi per ritenere che quest’ultimo avesse detto il vero alla Suero; senza contare che, dato il tenore generico del riferimento, si ignora anche se la “richiesta” sarebbe stata formulata personalmente dalla Lonardo allo Scarinzi o, per il tramite del Cataldi (nel qual caso, ci si dovrebbe chiedere ancora se quest’ultimo avesse o meno detto il vero allo Scarinzi!).
Ebbene, in presenza di un elemento tanto equivoco per le ragioni sin qui esposte, appare davvero insostenibile l’affermazione dell’accusa secondo cui esso si atteggerebbe come un “grave indizio di colpevolezza” a carico della Lonardo.
A tutto ciò si deve aggiungere che, ove pure fosse dimostrato che la Lonardo ebbe a “segnalare” il Lucariello allo Scarinzi, egualmente si dovrebbe escludere la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza rispetto alla consumazione dei reati contestati dal Pm e/o a quello ritenuto dal Gip.
Infatti, nell’ambito della struttura stessa della accusa (sia nella qualificazione ritenuta dal pmche in quella prospettata dal Gip) la “richiesta” di conferire l’incarico al Lucariello non è rappresentata comunque come condotta tipica di consumazione delle fattispecie di reato contestate.
La “segnalazione” politica, cioè, costituirebbe un mero antefatto rispetto alle condotte tipiche punibili, che, viceversa, si sarebbero verificate solo un anno dopo e sarebbero consistite nella falsa attestazione circa l’effettività della prestazione d’opera fornita dal Lucariello e nella conseguente erogazione del corrispettivo.
Rispetto a tale condotta (l’unica penalmente rilevante), nella stessa ricostruzione operata dall’accusa, la Lonardo non avrebbe fornito alcun contributo materiale o morale.
Pertanto, appare di tutta evidenza come, sul piano sia rigorosamente probatorio che logico, non sia in alcun modo possibile sostenere la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico della stessa, a titolo di concorso per istigazione.
Ciò in quanto una siffatta prospettazione dovrebbe illogicamente e fantasiosamente postulare che, al momento della “segnalazione” e solo mediante essa, si sia realizzata l’istigazione a redigere, un anno dopo, il documento ideologicamente falso funzionale a far percepire al Lucariello gli indebiti corrispettivi.
Alla luce delle osservazioni sin qui svolte, appare manifesta l’assoluta irrilevanza probatoria di siffatta contestazione rispetto alla pretesa dimostrazione che la Lonardo sia stata anche soltanto partecipe della fantomatica associazione per delinquere.
Ed è emblematica la necessità per l’accusa di far riferimento ad un episodio così antico, sostanzialmente privo di penale rilevanza per intervenuta prescrizione dell’eventuale reato configurabile. Inoltre è altrettanto significativa la forzatura operata per ascriverlo alla Lonardo sulla base di un supporto probatorio totalmente inadeguato. Insomma tutto ciò dimostra in quale maniera arbitraria e surrettizia sia stato prospettato il necessario “grave quadro indiziario” rispetto all’accusa inerente al reato associativo, anche attraverso il riferimento a siffatto “delitto-scopo”.
4. Il “delitto-scopo” di abuso d’ufficio (capo 8). Con il capo 8) della richiesta cautelare si contesta alla sig.ra Lonardo di avere concorso moralmente nel delitto di abuso di ufficio commesso da altri. In particolare, si assume che il Capobianco avrebbe violato il regolamento dell’Arapc istitutivo dell’albo professionale per l’affidamento degli incarichi sotto soglia e l’art. 2 della delibera Arpac n. 56 del 6.3.2003, in quanto procedeva “senza il verificarsi dei citati presupposti, al conferimento di incarichi di collaborazione a soggetti raccomandati e segnalati da esponenti politici”.
Questa contestazione desta serie perplessità in punto di tipicità del fatto, giacché le disposizioni oggetto della pretesa violazione non sembrano riconducibili alla nozione di “norme di legge o regolamento” di cui all’art. 323 c.p. .
Ciò ovviamente a prescindere dal fatto che l’esistenza di “segnalazioni” riferibili alla Lonardo si fonda, sul piano probatorio, esclusivamente su di un database di un computer cui costei è estranea ed a cui non aveva certo accesso.Ancora. La collusione della Lonardo non può essere dedotta dalla mera coincidenza tra la presunta “segnalazione” e l’eventuale provvedimento posto in essere dal pubblico funzionario dell’Arpac, essendo necessaria la sussistenza di altri elementi fattuali e dati di contorno che dimostrino in maniera univoca un’intesa precedente finalizzata al compimento dell’atto contra ius (Cass., Sez. VI, 14 ottobre 2003, n. 43020; Cass., Sez. VI, 25 febbraio 2003, n. 15116). Circostanze, queste, che sono del tutto assenti nel caso in esame.
D’altro canto, questo ragionamento sembra essere stato fatto proprio dallo stesso Pm, il quale non ha affatto formulato l’accusa di concorso in abuso di ufficio nei confronti di tutti coloro i cui nomi risultano menzionati come “segnalatori” nell’elenco sequestrato nella segreteria dell’Arpac.
Non si comprende, dunque, il motivo di questa irragionevole disparità di trattamento, tanto più se si rileva come dalle indagini svolte non sia emerso alcun rapporto intercorrente fra la Lonardo ed il Capobianco o altro funzionario dell’Arpac.
Pertanto, si deve escludere che il solo fatto del rinvenimento delle due annotazioni del nome dell’indagata nell’elenco sia sufficiente a dimostrare che ella si sia resa responsabile di concorso in abuso di ufficio.
Indipendentemente dai profili riguardanti l’effettiva illiceità del fatto contestato, l’inadeguatezza probatoria rispetto all’accusa per il reato associativo appare, poi, in tutta la sua chiarezza ove si rilevi che nell’elenco dei “segnalati”, riprodotto nel capo di accusa e riferito a ben 136 persone, le “segnalazioni” ascrivibili alla Lonardo sarebbero appunto soltanto due: la n. 118 (riferita a Russo Massimo) e la n. 135 (riferita a Tripodi Tiziana).
Indipendentemente cioè dalla possibilità concreta di sostenere l’ipotesi del concorso nello specifico reato, comunque, in questa sede rileva il dato fattuale emerso, di per sé assolutamente inidoneo a dimostrare che la Lonardo fosse partecipe della presunta associazione per delinquere contestata.
Infatti, le sole due “segnalazioni” in questione, viste nell’ambito dell’ampio arco di tempo in cui si inseriscono e nel vastissimo e variegato numero di “segnalatori” rilevato, appaiono assolutamente inadeguate ad atteggiarsi come un “grave indizio” rispetto all’accusa di essere un promotore ed un organizzatore della fantomatica associazione per delinquere.
5. Ulteriori considerazioni in ordine ai presunti indizi rispetto all’accusa di associazione per delinquere. A ben vedere, nel corpo stesso dell’ordinanza cautelare, emerge un dato assai significativo per escludere in maniera definitiva la sussistenza di indizi a carico della Lonardo rispetto al reato associativo.
In merito al giro di appalti descritto dal Gip - senza entrare nel merito dei singoli addebiti, in quanto non contestati, direttamente o indirettamente, alla Lonardo - si vuole qui segnalare che, dalle indagini difensive che si è potuto svolgere nel brevissimo tempo a disposizione, l’unica società fra tutte quelle menzionate nell’ordinanza di cui la Lonardo – peraltro solo di nome ed esclusivamente per ragioni riguardanti il suo munus publicum di presidente del Consiglio regionale della Campania – conosce l’esistenza è la società CID Software Studio S.p.A., con sede al Centro Direzionale di Napoli, isola E/7 (CF 04676440631).
Nel paragrafo 8 intitolato “il reato di abuso di ufficio nel sistema illecito dei contratti di rinnovo alla CID Software dell’appalto per la gestione del sito web dell’Arpac” (capo 28 della rubrica), si riporta, tra le vicende che avrebbero corroborato “il grave quadro indiziario anche riguardo al reato associativo [...] e al continuo scambio di favori tra alcuni esponenti di vertice dell’Udeur, imprenditori e dirigenti pubblici”, la circostanza dell’affidamento “a trattativa privata” nel luglio 2001 appunto alla medesima CID della gestione del sito istituzionale dell’Arpac, affidamento che sarebbe stato rinnovato illegittimamente fino al marzo del 2007 (pagg. 602 - 609).
Ebbene, proprio nel medesimo periodo in cui questa società avrebbe ricevuto dall’Arpac una serie di rinnovi contrattuali ritenuti illeciti, la Lonardo, quale presidente del Consiglio Regionale della Campania, avendo rilevato la possibile irregolarità di alcuni contratti di appalto dapprima affidati e poi rinnovati alla medesima CID Software Studio S.p.A. (prima del suo insediamento) ha disposto, con nota del 3 marzo 2006 (prot. n. 1202/SP), dapprima l’effettuazione di verifiche interne e comunque la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti (avvenuta in data 23 marzo 2006 – docc. nn. 36 e 37) e, successivamente, che la vicenda fosse oggetto di specifica contestazione e quindi di licenziamento in tronco del Dirigente responsabile, poi avvenuto in data 9 maggio 2006 (cfr. punto 9 della lettera di irrogazione della sanzione disciplinare del licenziamento per giusta causa, trasmessa anch’essa alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti – doc. n. 38).
Alla luce dei comportamenti dell’indagata testé documentalmente comprovati, è manifesta l’inverosimiglianza dell’accusa rivolta nei suoi confronti di essere capo e promotrice di un sodalizio criminale che avrebbe lo scopo, fra l’altro, proprio di favorire gli imprenditori “amici”, dal momento che fu proprio la Lonardo non soltanto ad interrompere un rapporto contrattuale in corso con uno di costoro, ma addirittura a trasmettere gli atti e i risultati degli accertamenti amministrativi da lei stessa disposti alla medesima Procura della Repubblica che oggi l’accusa.
6. L’inaffidabilità delle fonti di prova.
Mediante gli argomenti – di natura giuridica sostanziale e processuale, nonché di fatto – sin qui prospettati, si è richiamata l’attenzione sugli unici dati salienti e rilevanti in tema di sussistenza dei “gravi indizi di colpevolezza” necessari per l’applicazione della misura cautelare coercitiva. In questo modo si è inteso epurare il provvedimento da quell’enorme coacervo di riferimenti a fatti totalmente non pertinenti con il tema specifico posto dal legislatore con le disposizioni contenute negli artt. 273 e 280 c.p. Ciò in quanto in realtà la “voluminosa” e dispersiva struttura dell’atto di accusa (purtroppo, ripresa anche dal Gip) sembra essere stata articolata al solo fine di creare un effetto puramente suggestivo che, prospettando un quadro fosco circa il metodo di gestione del potere politico da parte di alcuni membri del partito Udeur, distolga l’attenzione dall’unico dato rilevante, rappresentato dalla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza di ciascun indagato (ed in particolare della signora Lonardo!), rispetto alle sole fattispecie delittuose che, a norma dell’art. 280 c.p., consentono l’applicazione di misura cautelare coercitiva.
In ogni caso, la difesa della Lonardo non intende sottrarsi neanche al compito di contrastare le suggestioni suscitate dall’accusa e, in questa prospettiva, qui di seguito si dimostrerà, con il supporto di innumerevoli prove documentali, come l’intero quadro d’insieme prospettato dall’accusa si fondi unicamente sulle propalazioni provenienti da fonti totalmente inaffidabili, perché spinte da interessi personali ed ignobili rancori; propalazioni, peraltro, integranti talvolta soltanto banali pettegolezzi, tal’altra addirittura volgari e gravi episodi di diffamazione se non addirittura di calunnia.
In più parti dell’ordinanza gravata si legge che le testimonianze acquisite dalla Pubblica Accusa nel corso delle indagini e rese dai sigg. TERESA SUERO, AURELIO BETTINI e GIUSEPPE DE LORENZO avrebbero corroborato largamente l’impianto accusatorio, offrendo conferma delle contestazioni mosse, fra gli altri, alla Lonardo (“Le dichiarazioni di SUERO e BETTINI assumono una grave rilevanza indiziaria riguardo alla ricostruzione del sistema ricattatorio che caratterizza il modello associativo in esame…” - pag. 650 ordinanza; “le vicende denunciate da DE LORENZO e compiutamente riscontrate dimostrano, comunque, come quelle emerse dal narrato di SUERO e BETTINI, le modalità ricattatorie e lottizzatorie, costellate da soprusi e vessazioni, attraverso cui opera l’illecito sistema associativo” - pag. 804).
In realtà, come dimostreremo, tutti costoro hanno mentito all’A.G. inquirente, oltre ad essere incorsi in una serie di contraddizioni che ne screditano totalmente l’attendibilità.
Per comodità espositiva, si analizzano separatamente le deposizioni dei “testi”, ripercorrendole secondo l’impianto narrativo contenuto nell’ordinanza gravata.
I - La sig.ra Suero, sentita in data 13 febbraio 2009, “riferisce delle persecuzioni subite dal momento in cui il marito BETTINI, candidato in una lista civica di centro sinistra, venne eletto nel 1999 sindaco del comune di Benevento (rectius, di Morcone).
Dal momento della candidatura cominciò a subire vessazioni da parte di alcuni componenti del partito (Udeur), prima da RUGGIERO CATALDI, esponente dell’Udeur, il quale lo minacciò dicendogli che MASTELLA lo avrebbe estromesso dall’incarico di direttore amministrativo dell’ASL di Benevento per inettitudine se BETTINI non avesse garantito posti adeguati ad esponenti dell’Udeur nella lista elettorale…
BETTINI non obbedì alle richieste minacciose e, appena eletto sindaco, subì una nuova pressione… In seguito alla sfiducia manifestata dai componenti dell’Udeur, la giunta si sciolse (nel 2000 e perse le successive elezioni), il BETTINI fece ricorso al Tar, ricorso respinto sempre grazie all’intervento, presso il giudice amministrativo, di LUCARIELLO, , come riferito alla SUERO …” in cambio di “un incarico per ricompensarlo dell’intervento” (pag. 653).
II – Il BETTINI ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni della SUERO, di cui è il coniuge, aggiungendo alcuni particolari: la pretesa dell’Udeur di dare in gestione il servizio idrico comunale alla società GE.SE.SA., che si sarebbe verificata nella sua prima giunta (anni 1995-1999); le pressioni – verificatesi nel 1998 - per indurre tale NICOLA MOBILIA, assessore della sua giunta, a dimettersi per far posto a persona vicina all’Udeur.
Dette pressioni sarebbero state effettuate da Fernando Errico, “segretario provinciale del partito di MASTELLA” (pag. 683 dell’ordinanza), dietro la minaccia di seri riflessi sul lavoro in quanto il MOBILIA, informatore sanitario, “avrebbe avuto dei problemi a svolgere la sua attività professionale” essendo l’ERRICO “medico di base e farmacista”; ha riferito di un viaggio con MASTELLA nel corso del quale gli sarebbe stato chiesto da questi di transitare nel suo partito; della pretesa dell’ERRICO di ottenere la sostituzione di tale ANGELA VITTORIA CIOCCIA dalla carica di presidente dell’Ente Fiera con persona di fiducia dell’Udeur, dal cui diniego sarebbe appunto scaturita la caduta della sua giunta (pagg. 663 - 669 dell’ordinanza).
III – Nell’ambito della sua deposizione la Suero afferma pure quanto segue: “Ebbi un primo conflitto con la Lonardo allorquando mi candidai – intorno al 2001 – 2002… a presidente della Croce Rossa, Sezione di Benevento… La LONARDO già era presidente di tale sezione e dunque intendeva ricandidarsi come si ricandidò. Io guidavo l’unica lista che si contrapponeva a quella della Lonardo e chiaramente avevo ben poche possibilità di essere eletta tenuto conto della maggior influenza della Lonardo che aveva sui tesserati e sul tesseramento.
Tuttavia, la Lonardo che, non so per quale ragione, non era sicura della sua vittoria, pochi giorni dopo la presentazione della mia lista con un tono aggressivo iniziò ad intimarmi di ritirare la mia candidatura… Io non ritirai la mia candidatura e poche ore prima delle elezioni arrivò un fax dalla sede nazionale della Croce Rossa di Roma che sospendeva le elezioni a tempo indeterminato a Benevento” (pag. 660).
IV - Infine, la SUERO sostiene: “a proposito della villa dei MASTELLA a Ceppaloni posso dirle che la stessa è stata costruita nel corso degli anni ’90. L’edificio insiste su un fondo che era di proprietà della famiglia della nuora di un certo ENZO BARONE già vice sindaco di Ceppaloni. La villa è stata costruita da una nota famiglia di costruttori di Ceppaloni, la famiglia TRANFA… Conoscevo mastro EMILIO che, ricordo, dopo aver concluso la costruzione della villa – il che è avvenuto pochi anni prima della sua morte – mi confidò che i MASTELLA non avevano pagato adeguatamente il lavoro che aveva fatto e che, per rientrare dalle perdite che aveva da questi lavori, gli erano stati fatti avere degli appalti…” (pag. 711).
I - Orbene, quanto al punto sub I, si osserva che l’Udeur non ha affatto partecipato alle elezioni per il consiglio comunale di Morcone del 15 giugno 1999, cui presero parte soltanto le seguenti 3 liste: Partito Popolare Italiano; Sdi – Uniti per Morcone si cambia; Democratici di Sinistra (Il Mattino del 15 giugno 1999).
La lista Partito Popolare Italiano era quella “capitanata” dal BETTINI: quindi, nessuna lista civica, ma una lista che era espressione diretta di un partito (di cui, logicamente, non potevano far parte esponenti di altri partiti) (doc. n. 1).
Soprattutto, il BETTINI non venne affatto sfiduciato nel 2000 da una congiura ordita da consiglieri dell’Udeur, ma dal voto contrario di dieci consiglieri di tutti i partiti e principalmente proprio da quelli appartenenti al Partito Popolare Italiano.
Infatti, come si può leggere nell’articolo a firma di Paolo MORALES pubblicato a pag. 22 de “Il Quotidiano di Benevento” del 29 febbraio 2000, che si produce, “il PPI licenzia BETTINI”.
A costui, si legge su detto giornale, sarebbe “costata cara, anzi carissima, l’adesione… all’Udeur di Mastella, che lo aveva portato all’inizio del mese di febbraio all’inusitata nomina nel collegio sindacale dell’amministrazione provinciale” (doc. n. 2).
Insomma, mentre SUERO e BETTINI hanno sostenuto innanzi al Pm di aver subito pressioni dall’Udeur per resistere alle quali il Bettini sarebbe stato sfiduciato da sindaco del Comune di Morcone, si scopre che, in realtà, costui “perse la poltrona” su iniziativa dei suoi colleghi di partito e proprio perché aveva aderito all’Udeur!
Dunque, si è verificato esattamente il contrario di quanto dichiarato da costoro.
In questa prospettiva, ovviamente, diviene priva di senso l’ipotesi formulata dalla Pubblica accusa secondo la quale esponenti dell’Udeur avrebbero determinato la caduta della giunta di Morcone, giacché - come emerge dalla lettura del giornale dell’epoca – il partito dell’Udeur non poteva avere certo interesse a determinare lo scioglimento di una giunta comunale il cui sindaco era appena transitato nelle sue file!
E non si tratta certo dell’unica menzogna.
Alle successive elezioni del 2001, il Bettini non si presentò affatto in quota “Partito Popolare”, ma a capo di una lista civica cui si contrappose altra lista civica che invece faceva capo proprio ad un esponente del Partito Popolare, tale Rosario Spadafora (cfr. risultati elezioni provinciali di Benevento del 29 novembre 1998), che risultò eletto sindaco (cfr. Il Quotidiano di Benevento del 13 maggio 2001, pag. 11) (doc. n. 3).
Questi i fatti che confermano l’assoluta falsità della prospettazione dei coniugi SUERO-BETTINI: quale interesse poteva mai avere la LONARDO ad “ostacolare” il ricorso al Tar da parte del BETTINI che, all’epoca, militava nel suo stesso partito e peraltro allo scopo di favorire un sindaco appartenente invece ad un partito avversario?
E questo senza considerare che la sentenza del TAR dietro la quale ci sarebbe stato l’illecito interessamento del LUCARIELLO (rispetto al quale, peraltro, letteralmente si sorvola sui termini e modi con cui tale attività si sarebbe effettivamente realizzata, giacchè alcuna indagine risulta svolta in proposito!) è passata in giudicato.
II – Oltre che per quanto sopra già evidenziato, le affermazioni del BETTINI si rivelano del pari mendaci anche ad una loro semplice valutazione logico-fattuale.In primo luogo, costui ha datato le pretese pressioni dell’Udeur per l’affidamento ad una società dell’impianto idrico comunale ad anni addirittura antecedenti alla costituzione di quel partito (che risale al 23 maggio 1999 – doc. n. 4).
Analogamente, il BETTINI assume che le dimissioni del MOBILIA sarebbero state “pilotate” nel 1998 dal “segretario provinciale del partito di MASTELLA”, Fernando ERRICO, laddove non soltanto – come s’è appena detto - l’Udeur a quell’epoca non esisteva affatto, ma lo stesso ERRICO non era segretario provinciale neppure di altra forza politica.
E non si tratta di “errore” da poco. Infatti, non siamo in presenza di un “teste” che è un comune uomo della strada – il quale, a distanza di anni, può confondere o sovrapporre appartenenze e ruoli politici – ma di un politico a sua volta assai impegnato in quello specifico territorio e che quindi ha necessariamente ben presenti i suoi interlocutori politici e i loro incarichi. Naturalmente a condizione che si tratti di fatti veri e non di rancorose menzogne!
E questo senza tener conto che la favoletta del “ritiro” dalla politica del MOBILIA sarebbe stata dettata dalla possibilità dell’ERRICO di influenzare negativamente l’attività professionale del primo è assolutamente illogica oltre che inverosimile.Infatti, come appare francamente evidente, quale peso professionale potrebbe mai avere sull’attività del rappresentante per l’intera provincia di Benevento della BAYER (e cioè della più grande casa farmaceutica del mondo) l’eventuale rifiuto di servirsene da parte di un medico di base del piccolo paese di San Nicola Manfredi e forse anche della farmacia di quel paese?
S’è riflettuto sul fatto che, nella provincia di Benevento, operano circa 100 farmacie e circa 4.000 medici (doc. n. 5)?
E, poi, s’è considerato che la BAYER produce farmaci commercialmente infungibili (a partire dall’aspirina)?In che modo, quindi, la farmacia di famiglia dell’ERRICO avrebbe potuto non rifornirsi dei prodotti della BAYER?
Insomma, siamo in presenza di ipotesi palesemente inverosimili!
Altrettanto falso è che il Ruggiero CATALDI fosse un esponente dell’Udeur, espressione di tale partito nel paese di Morcone, in particolare negli anni delle denunziate pressioni.
Come risulta dalle indagini difensive svolte dalla difesa del CATALDI, che si producono dopo la rituale acquisizione, non soltanto costui non apparteneva all’Udeur, ma anzi in quegli anni militava attivamente proprio nel partito del BETTINI (Partito Popolare prima, La Margherita poi) (cfr. dichiarazioni testi Saverio CASSETTA del 29 ottobre 2009, Tommaso PAOLUCCI del 29 ottobre 2009, Costantino FORTUNATO del 29 ottobre 2009 e Angela Vittoria CIOCCIA del 29 ottobre 2009 – docc. nn. 6,7,8 e 9).
Invece, il CATALDI ha aderito all’Udeur soltanto nel periodo dal 2 febbraio 2004 al 27 ottobre 2004, allorquando lasciò definitivamente pure quel partito (cfr. dichiarazione del Segretario Provinciale Udeur del 29 ottobre 2009) (doc. n. 10).
Infine, mentre il BETTINI ha dichiarato al pm che avrebbe ricevuto pressioni dall’ERRICO per sostituire alla presidenza dell’Ente Fiera la signora Angela Vittoria CIOCCA (pag. 666), costei – nell’ambito della ricordata testimonianza - in proposito, ha dichiarato: “non mi risulta che l’Udeur chiese mai la mia sostituzione, né il BETTINI mi ha mai parlato di ciò. Quindi lo escludo assolutamente”. Anzi, la Cioccia ha aggiunto che semmai problemi di rapporti politici, durante la detta presidenza, li ebbe proprio col BETTINI!
Insomma, anche tutto quello che ha riferito alla Pubblica Accusa il BETTINI si rivela falso.
III – Pure le affermazioni della SUERO relative alla vicenda Croce Rossa non sono altro se non una clamorosa sequela di bugie, riferite con l’evidente finalità di falsamente incolpare la LONARDO.
Infatti, come emerge dal semplice esame del “Regolamento per le prime elezioni dei componenti degli organi centrali e periferici dell’associazione italiana della Croce Rossa”, che si produce, “Il Consiglio Direttivo di ciascun Comitato provinciale…. elegge a scrutinio segreto nel proprio ambito il Presidente del Comitato provinciale” (art. 2) (doc. n. 11).
Sicchè, la SUERO – per concorrere alla carica di Presidente del Comitato di Benevento - avrebbe dovuto farne prima di tutto parte.
Invece, come risulta dall’ordinanza del Commissario straordinario della Croce Rossa Italiana n. 6005 del 28 gennaio 1998, che pure si produce, costei non faceva affatto parte del Comitato (doc. n. 12)!
Ancora, la SUERO – a mò di esemplificazione del quadro di protervie della LONARDO – assume che l’attuale indagata avrebbe (addirittura) ottenuto il commissariamento della Croce Rossa di Benevento al solo scopo di non farla partecipare alla competizione per l’elezione del presidente dell’organismo.
Nulla di più falso!
Le elezioni programmate per il 19 gennaio 2002 (doc. n. 13) per tutto il territorio nazionale non si svolsero, non di certo per volontà della LONARDO, ma a seguito di nota del ministero della Salute n. svez/01/2000/19/355 del 16 gennaio 2002, che ne dispose l’annullamento in tutt’Italia (doc. nn. 14 e 15).
Con decreto legge del 7 febbraio 2002, n. 8, convertito nella legge n. 56 del 4 aprile 2002, tutti gli organismi provinciali furono prorogati sino al 30 giugno 2002.
In data 5 luglio 2002, gli stessi furono nuovamente prorogati per effetto dell’adozione del nuovo statuto della CRI.
Indi, con DPCM del 28 ottobre 2002, venne disposto il Commissariamento dell’intera Associazione nazionale, con conseguente ulteriore proroga degli organi territoriali, proseguita sino al 2005 (doc. nn. 16, 17, 18 e 19).
Dunque, nessuna manovra oscura ordita dalla LONARDO ma, al contrario, la dimostrazione dell’assoluta inattendibilità della SUERO e dell’irrilevanza di quanto affermato da costei a fini accusatori.
IV - Anche con riferimento alla casa della Lonardo le accuse formulate dalla Suero sono assolutamente false e prive di fondamento.
Infatti, il terreno sul quale è costruita la villa dei coniugi Mastella (peraltro appartenente al nonno della LONARDO, Italico LIZZA, e non a questo tal BARONE) è stato regolarmente acquistato e pagato dalla LONARDO, come è dimostrato dal titolo di provenienza che si produce (doc. n. 20).
Del pari false risultano le affermazioni relative al mancato o inesatto pagamento dei lavori di costruzione dell’immobile.In primo luogo, perché i lavori non vennero affatto effettuati solo dalla ditta Emilio TRANFA, ma anche da molte altre ditte (tra cui, Carrino Vetraria S.n.c. con sede in Benevento, via Napoli, 21; ditta Ciaramella Pasquale di Ceppaloni; dalla ditta Elio Lonardis, con sede in Molinara, via Chianella, 16/b; ditta Manganiello Ettore di Ceppaloni; Sideredil S.r.l., con sede in Roma, via Idrovore della Magliana, 25; ditta Caramiello Costruzioni Generali, con sede in Afragola, via S. Marco, 131; Assembly Milite S.a.s., con sede in Cava dei Tirreni, via Petraro S. Stefano; ditta de Iapinis Ennio; ditta Farese Antonio; ditta Mariani Ettore; ditta Mazza Tubi e Inguarniture; ditta Nicola Rosa).
Per la precisione, la ditta Emilio Tranfa effettuò unicamente i lavori di costruzione a rustico dell’immobile ed alcune rifiniture esterne.
Soprattutto, però, i MASTELLA hanno regolarmente pagato tutte queste imprese, a partire proprio dalla ditta Emilio TRANFA. E ciò risulta dalle fatture, assegni e quietanze che si producono, documenti che attestano il materiale ed effettivo pagamento di tutti i lavori (doc. n. 21).
Altro che regalo!
Gli ulteriori indizi di conferma dello scambio illecito vengono fatti derivare nell’ordinanza dalla circostanza che la ditta Emilio TRANFA avrebbe ricevuto due appalti dal Comune di Ceppaloni nel medesimo arco di tempo.
Anche volendo superare il dato dell’inesistenza di una benché minima correlazione tra i due fatti diversa dall’affermazione della SUERO (la quale, si badi, assume che ciò le sarebbe stato riferito, oltre quindici anni prima, da persona deceduta – e quindi si tratta di testimonianza de relato, sospetta perché non verificabile!), sta di fatto che le verifiche compiute in proposito sono a dir poco lacunose, contraddittorie e logicamente errate.In primo luogo, non risulta operata dalla P.G. alcuna verifica a ritroso per accertare se in epoca antecedente ai fatti la ditta avesse già lavorato per quell’Ente.
Soprattutto, nell’ordinanza si reputa provata la sussistenza di una coincidenza cronologica tra i lavori nella villa dei MASTELLA e gli appalti ottenuti presso l’Ente locale, senza tuttavia considerare che – come peraltro sottolinea proprio la P.G. in altro passo della sua informativa (pag. 717 dell’ordinanza) – la registrazione di un contratto d’appalto si pone al termine di un iter amministrativo assai lungo.
Sicché, considerato che gli appalti risalgono rispettivamente al 1986 e al 1988, appare evidente che gli stessi furono banditi ed aggiudicati addirittura prima che il MASTELLA divenisse sindaco di Ceppaloni (metà 1987)!
Quanto ai lavori affidati alla ditta TRANFA dall’ASI di Benevento – di cui peraltro la SUERO non fa menzione nella sua “testimonianza” – ancora una volta è sufficiente evidenziare che la frettolosa verifica compiuta omette di riferire che l’aggiudicazione in questione è in realtà avvenuta in favore di un’Associazione temporanea d’imprese (cd. ATI) capitanata dalla società ZECCHINA COSTRUZIONI S.p.A. (all’epoca tra i più grandi costruttori nazionali) e che alla piccola ditta TRANFA, mera consorziata insieme ad altre due ditte, risulta assegnata soltanto una modestissima tranche dei lavori stessi (il 10%), come risulta dalla procura speciale per not. Cesaro di Napoli del 14 settembre 1989 (rep. 45517, Racc. 8635), che si produce (doc. n. 22).
Va peraltro evidenziato – anche al fine di moralizzare la vicenda – che alla gara in questione aveva partecipato soltanto un’altra ATI, costituita con una struttura similare (e cioè una grande impresa di costruzioni di rilevanza nazionale – la LODIGIANI S.p.A. – e due piccole imprese locali, ditte Roberto SALERNO e Donato CALLISTO) (cfr. verbale di delibera del Comitato Direttivo del Consorzio ASI di Benevento n. 113 del 3 ottobre 1989 – doc. n. 23).Se questi sono elementi di riscontro!
V. – Infine, la SUERO ha sostenuto che, in ragione dei suoi contrasti con la LONARDO, avrebbe subito vessazioni sul posto di lavoro, tanto da essere stata costretta a dimettersi per giusta causa.
Sta di fatto però che, da una rapida indagine difensiva, è emerso che il Tribunale del lavoro di Benevento, con sentenza n. 18856/06, passata in giudicato, ha condannato la SUERO a versare alla ASL BN1 la somma di circa 25.000 euro, qualificando quindi come ingiustificate le sue dimissioni dal lavoro (doc. n. 24)!
Anche la pretesa vicenda persecutoria riferita dal DE LORENZO viene reputata di grande rilevanza dal Gio rispetto all’accusa associativa. Ma va ricordato che tanto il pm quanto il Gip hanno escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico della Lonardo proprio in relazione alle accuse mosse dal De Lorenzo (pag. 719 dell’ordinanza).
Costui, sentito il 18 marzo 2009, sostiene che le sue “sventure” professionali (quale medico dipendente della ASL BN1, qualificata come un “feudo” dell’Udeur), sarebbero iniziate nel 1996 allorquando avrebbe “osato” candidarsi in contrapposizione al fratello dell’ing. Carlo Camilleri, danneggiandolo nella competizione elettorale per l’elezione a sindaco di Benevento.
In particolare, il DE LORENZO riferisce che “il rilevante numero di voti che io stesso raccolsi aveva fatto sì che il Camilleri Bruno, fratello di Carlo, candidato in altra lista non riuscì ad andare al ballottaggio” (pag. 722 ordinanza).
Successivamente, dopo essersi riconciliato col MASTELLA, tanto da essere candidato nelle file dell’Udeur nelle elezioni comunali del 2006 ed essere divenuto assessore su indicazione di quel partito, erano ricominciate le vessazioni orchestrate in suo danno dalla LONARDO, che avrebbe preteso di ingerirsi nelle vicende amministrative del Comune di Benevento.
Il DE LORENZO, in special modo, afferma che la LONARDO gli avrebbe imposto la nomina del comandante dei Vigili Urbani, tale Francesco DELVINO. In seguito, avrebbe anche tentato di ottenere il trasferimento nei ruoli dell’amministrazione cittadina della compagna di costui e, soprattutto, avrebbe insistito, sempre d’intesa col DELVINO, perché l’amministrazione comunale si dotasse di un impianto di rilevazione dei trasgressori al codice della strada, “sponsorizzando” la scelta del DELVINO di indire una gara per l’acquisizione da parte dell’Amministrazione di n. 14 impianti denominati “photored” che il comandante dei Vigili urbani avrebbe operato “senza che vi fosse alcuna determinazione d’indirizzo da parte della Giunta” (pag. 726 dell’ordinanza).
La sua fiera opposizione gli sarebbe costata vessazioni sul proprio luogo di lavoro, sfociate in procedimenti disciplinari e minacce di licenziamento, operate dai due direttori generali succedutisi nella carica, SCARINZI e DE STEFANO, entrambi simpatizzanti dell’Udeur.
Ebbene, anche il DE LORENZO, alla verifica delle sue affermazioni, si rivela del tutto un inattendibile.
Emblematico a tal proposito il fatto di imputare alla sua partecipazione alla competizione elettorale comunale del 1996 l’astio del MASTELLA.
Nell’ordinanza (pag. 748) si riporta la circostanza delle elezioni, ma si omette di valutarne i risultati che, al contrario, sono decisivi per smascherare le bugie del DE LORENZO.
Infatti, come si evince dai risultati del primo turno di quella tornata elettorale, che si producono, il DE LORENZO riportò in quell’occasione 793 preferenze (doc. n. 26), nell’ambito della coalizione con candidato a sindaco tale PERIFANO il quale ottenne 14.771 voti.
Gli altri candidati a sindaco riportarono invece i seguenti voti: CAMILLERI 11.635 e VIESPOLI 14.025 voti. Al ballottaggio furono perciò ammessi PERIFANO e VIESPOLI (doc. n. 27).
Quindi, un semplice calcolo aritmetico dimostra che l’“impatto” dei suffragi del DE LORENZO su quella competizione fu assolutamente irrilevante in quanto giammai il CAMILLERI, anche con l’apporto di costui, avrebbe potuto accedere al ballottaggio: 11.635 (Camilleri) più 793 (De Lorenzo) = 12.418, inferiore ai 14.025 di Viespoli!
Insomma, le originarie ragioni del presunto astio di MASTELLA sono smentite innanzitutto dai numeri.
E questo sgretola – considerato che proprio il “teste” individua in tale evento l’unico elemento “fondante” le condotte vessatorie che poi sarebbero state orchestrate dal MASTELLA e “dall’Udeur” – l’attendibilità della sua deposizione.
Infatti - smentita dai fatti l’ipotesi che potesse sussistere la ragione di “rancore” politico descritta dal DE LORENZO - la prospettazione dell’ascrivibilità ai MASTELLA dei successivi problemi di lavoro di costui resta del tutto priva di sostegno, siccome non suffragata da alcun altro elemento di riscontro.
Tutto questo a condizione che fosse possibile superare (il che non si crede possibile) l’ulteriore ostacolo logico rappresentato dal fatto che il DE LORENZO descrive persecuzioni sul lavoro risalenti al 1994 mentre le elezioni in questione sono di due anni successive! Infatti, nell’ordinanza gravata si omette di considerare che l’episodio – cui si da gran peso – dell’allestimento preferenziale di una stanza per un paziente “vip” - con conseguente denunzia del suo direttore nei confronti del DE LORENZO e “avvio dei suoi guai” - risale al 15 novembre 1994!!!
E, allora, cosa c’entra MASTELLA e, tantomeno, la LONARDO?
E non finisce qui.
Il De Lorenzo, nel raccontare le sue “turbolenze” lavorative, afferma ad esempio, che “durante questa mia conversazione registrata, il Sabatino molto candidamente, avendo appreso del mio stato d’animo, mi disse che l’unica strada che avevo era quella di Ceppaloni. Dovevo andare dalla signora Sandra e chiedendogli quanto meno scusa accordarmi con lei” (pag. 724).
In realtà – senza qui voler affrontare l’ulteriore profilo rappresentato dal fatto che non risulta verificato da alcuna indagine se la conversazione che sarebbe stata carpita a questo tale Sabatino ben sette anni prima dal De Lorenzo sia vera oppure il frutto di un artificio tecnico – una semplice lettura della trascrizione (riportata nell’ordinanza da pagg. 751 a pagg. 760), conferma che il sig. Mario Sabatino, portantino in quella struttura, afferma di essere stato segnalato dalla Lonardo al fine di ottenere un trasferimento, ma non invita affatto il De Lorenzo a rivolgersi a costei e, tantomeno, a chiederle scusa od altro!
Invero, la trascrizione conferma soltanto l’esistenza di un invero squallido tentativo del De Lorenzo di carpire una qualche espressione contraria alla Lonardo e al Mastella da parte del suo interlocutore: siamo infatti in presenza di un colloquio dal quale emerge soltanto una personalità gracile e disturbata, che viene “circuita” dal De Lorenzo.
Del resto, proprio dalle indagini svolte dai carabinieri, emerge che il Sabatino era “affetto da disturbo di ansia con somatizzazione”, tanto che gli fu consigliato di non continuare “a svolgere la propria attività lavorativa in ambito psichiatrico” (pag. 760).
Insomma, il De Lorenzo non esita neppure di fronte ad un povero malato!
L’assoluta inattendibilità del De Lorenzo, tuttavia, si rende addirittura conclamata e manifesta allorquando affronta il capitolo delle presunte pressioni che avrebbe ricevuto dalla Lonardo successivamente alla sua nomina ad assessore presso il Comune di Benevento.
Una semplice comparazione tra quanto il De Lorenzo ha riferito alla Pubblica Accusa e quanto emerge dai documenti lo dimostra al di là di ogni smentita.
A pagina 726 dell’ordinanza si legge: “la signora Sandra Lonardo è stata lo sponsor ufficiale dell’attuale comandante dei Vigili urbani di Benevento Delvino Francesco persona che peraltro aveva avuto vicissitudini giudiziarie ricoprendo analogo incarico a Caserta”.
La verità è un’altra. Su “Il Sannio Quotidiano” del 20 ottobre 2007 testualmente si legge la seguente dichiarazione del De Lorenzo: “il ruolo di Francesco Delvino, comandante della polizia municipale. Su questa scelta nessuno mi ha condizionato, non è stata assolutamente il frutto di un accordo tra me e Sandra Lonardo Mastella. Anzi, inizialmente volevo scegliere un comandante locale, poi ho telefonato al ministro Mastella chiedendo un aiuto per la scelta, e lui mi ha detto di scegliere e poi di presentargli la persona scelta. E Delvino a Benevento l’ho portato io, per poi presentarlo a casa Mastella” (doc. n. 28).
Ancora, il De Lorenzo ha dichiarato al Pm che “Il Delvino, che peraltro è persona anche preparata nella sua materia, senza che vi fosse alcuna determinazione di indirizzo da parte della Giunta comunale, si mise in luce già pochi mesi dopo la sua nomina, che risaliva all’aprile del 2007, indicendo una gara d’appalto per la concessione di 14 impianti di photored nel circondario cittadino…” (pag. 726-727).
In realtà, chi ha voluto i “photored” è stato proprio e soltanto il De Lorenzo!!
Infatti, con l’oggetto “ottimizzazione funzionale servizi di Polizia Municipale - Atto di indirizzo”, la Giunta di Benevento, con delibera n. 246 dell’8 novembre 2007, proposta dall’assessore DE Lorenzo, ha stabilito di “dotarsi di n. 14 (quattordici) strumenti fissi di rilevazione di infrazioni al codice della strada (passaggio con rosso)”…(doc. n. 29)!
Ed infatti, sul “Sannio Quotidiano” del 9 luglio 2007 si legge: “De Lorenzo: Senza telecamere e con pochi vigili urbani controlli impossibili nel centro”, dichiarandosi addirittura “pronto a rimettere la delega” in caso tali impianti non fossero stati installati (doc. n. 30).
Nell’ordinanza, a pag. 829, si legge pure che “recenti spunti investigativi” farebbero emergere un interesse personale della Lonardo e del figlio, Pellegrino Mastella, nella vicenda “photored”. A sostegno dell’ipotesi, la Pubblica accusa ha indicato l’ennesima registrazione “privata” del De Lorenzo con un “avvocato e docente universitario” (pag. 830), tale Armando Rocco.
In effetti, costui dice al De Lorenzo: “si..eee…il figlio di Mastella stava…Pellegrino sta anche anche con la Soes…quella di Telese….”, che assume essere attivamente impegnata nel settore (pag. 838 dell’ordinanza).
Ebbene, si producono le visure camerali integrali – comprensive cioè dell’indicazione dei soggetti titolari delle quote –Quanto alla querelle del De Lorenzo coi suoi superiori gerarchici, la Lonardo nulla può riferire, trattandosi di vicenda a lei assolutamente estranea.
Sta di fatto che il De Lorenzo, fra l'altro, ha omesso di riferire alla Pubblica accusa di essere stato condannato proprio per diffamazione sia nei confronti di uno dei suoi superiori gerarchici, tale dott. Luciano (doc. n. 33), sia nei confronti di tale Italo Palumbo (con sentenza della Corte d'Appello di Napoli del 3 aprile 2007 - di conferma della decisione di primo grado - che la Cassazione ha annullato solo a seguito e per effetto di remissione di querela, con condanna alle spese del De Lorenzo - cfr. sentenza V Sezione penale n. 35044/2009 - doc. n. 34).
È forse utile ad illustrare la personalità del De Lorenzo riportare quanto egli ebbe modo di dichiarare in occasione della pronuncia di condanna per diffamazione del 2007 alla stampa, immancabilmente presente a tutti i suoi atti: "Infine De Lorenzo ha chiesto al ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che presso la locale sede del Giudice di Pace, si faccia chiarezza. E sono convinto che il ministro, anche lui esempio indiscusso di politico dalle mani pulite che, proprio in questi giorni sta subendo angherie di ogni tipo, non potrà che condividere il mio asserito" (Il Quaderno.it del 28 settembre 2007 - doc. n. 33).
Ulteriori commenti paiono francamente superflui.

II Le esigenze cautelari
Con riferimento al presupposto richiesto dall'art. 274 c.p.p. per l'applicazione delle misure cautelari personali, il Gip ha ritenuto sussistenti il pericolo di "reiterazione della condotta criminosa" e quello di "inquinamento probatorio" (pag. 890 dell'ordinanza cautelare) ma, in relazione alla posizione della Lonardo, l'unica esigenza invocata è quella prevista dalla lett. c) dell'art. 274 c.p.p. (cfr. pag. 896 - 898 dell'ordinanza).
In particolare va segnalato che il Gip, nelle prime pagine della parte di motivazione riservata all'illustrazione della ricorrenza di esigenze cautelari, si è soffermato su un episodio oggetto di dichiarazioni rese dal dott. Marotta, magistrato chiamato a celebrare l'udienza preliminare in relazione ai fatti oggetto delle prima ordinanza cautelare: ebbene il dichiarante non ha ascritto alla Lonardo alcun ruolo. La vicenda raccontata dal dott. Marotta concerne infatti altro magistrato, che avrebbe perorato la posizione del Mastella. In particolare va segnalato come il dott. Marotta non abbia neppure citato la Lonardo, nella ricostruzione di questa vicenda.
Quindi tale episodio è privo di qualsivoglia valenza dimostrativa in ordine alla supposta attuale pericolosità sociale dell'indagata; tanto ciò è vero che nelle pagine riservate alla sua posizione (896 - 898) il Gip non lo ha neppure richiamato.
D'altronde, anche in questo caso, il Gip ha dovuto confrontarsi con la difficoltà di giustificare la transizione dall'originaria iniziativa cautelare (ordinanza dell'A.G. di Santa Maria Capua Vetere), non coltivata dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli all'indomani della trasmissione degli atti per ragioni di competenza territoriale, alla nuova richiesta, avanzata proprio dall'ufficio che non chiese la conferma della misura applicata alla sig.ra Lonardo dal Giudice territorialmente incompetente.
La contraddittorietà delle iniziative cautelari in questione è macroscopica, giacché sulla scorta sostanzialmente dei medesimi elementi, il P.M. non ritenne che ricorresse alcuna esigenza cautelare rispetto alla posizione della Lonardo, al punto da soprassedere sulla richiesta di conferma della misura applicata dal Gip di Santa Maria Capua Vetere, che aveva reputato la stessa gravemente indiziata solo per un'ipotesi di concussione.
Cosicché tanto il Pm nella più recente richiesta, quanto il Gip nell'ordinanza impugnata in questa sede sono stati costretti a sostenere la "sopravvenienza" dell'esigenza cautelare di cui all'art. 274 lett. c) c.p.p., facendo esclusivo riferimento ai risultati delle indagini svolte dopo l'emissione della prima misura cautelare, consistite essenzialmente nell'assunzione di informazioni dalle persone di Suero, Bettini e De Lorenzo (cfr. pag. 897 dell'ordinanza).
Tuttavia le pur copiose dichiarazioni di costoro, oltre ad essere inattendibili per le ragioni già illustrate, si sono tradotte, nella sostanza, nella contestazione di un unico episodio asseritamente illecito (quello di cui al capo 23 della richiesta cautelare), che risalirebbe agli anni 2001-2002, cioè a circa otto anni fa.
Quindi tali dichiarazioni non presentano alcuna attitudine a comprovare l'attuale pericolosità sociale dell'indagata.
L'unica deposizione che concerne vicende un po' più recenti, e perciò teoricamente rilevanti nell'indagine sulla "sopravvenienza" di esigenze cautelari, è quella resa dal dott. De Lorenzo, che ha riferito anche fatti dell'anno 2008.
Ebbene, proprio con riguardo alle accuse mosse dal De Lorenzo alla Sig.ra Lonardo, indipendentemente da tutti i rilievi sopra svolti in ordine alla totale inattendibilità della fonte, sia il Pm che il Gip hanno escluso che ricorressero i gravi indizi a carico dell'indagata (cfr. pag. 719 dell'ordinanza).
Appare allora davvero inspiegabile come si possa sostenere che accuse non supportate da gravi indizi di colpevolezza possano dimostrare la sopravvenuta pericolosità sociale proprio della persona nei cui confronti non sarebbero stati raccolti quei sufficienti elementi a carico, per giunta nell'arco di anni di indagini preliminari (svolte prima dal Pm di Santa Maria Capua Vetere e poi da quello di Napoli), che si sono oramai concluse. Se si esclude siffatta più recente vicenda, i pochi reati (tre) ascritti alla Lonardo sono tutti collocati tra il 2001 ed il novembre 2007.
L'unica contestazione rivolta alla Lonardo che ha ad oggetto condotte recenti (definite "in atto") è, pertanto, quella di essere promotrice/capo di associazione per delinquere. In proposito va segnalato che il Pm nella richiesta cautelare ed il G.I.P. nell'ordinanza hanno sostenuto che, pur mancando la prova diretta dell'adesione e del ruolo ricoperto dall'indagata nel sodalizio, sarebbero proprio i delitti scopo di cui è stata ritenuta gravemente indiziata ad offrire la prova indiretta a suo carico.
Volendo, a scopo dialettico, convenire con l'assunto dei due magistrati, non si riesce a comprendere come l'ultimo delitto-scopo, collocato nel novembre 2007 possa indirettamente dimostrare che la Lonardo sia tuttora partecipe ed anzi diriga un'associazione per delinquere (!).
Se rispetto all'unico episodio successivo al 2007 (capo 27 della richiesta cautelare) il Pm ed il Gip hanno escluso che ricorressero gravi indizi di colpevolezza a carico della Lonardo e, nel contempo, hanno desunto il suo ruolo nell'associazione esclusivamente dal concorso morale nei delitti-scopo, non è possibile collocare la condotta prevista dall'art. 416 c.p. dopo la consumazione del più recente tra i reati dei quali è stata ritenuta gravemente indiziata.
Sicché, pur volendo dar credito alle eccentriche tesi giuridiche poste a base dell'ordinanza, si deve prendere atto che i fatti per i quali sarebbe stata adottata la misura non sono posteriori al novembre 2007.
Quindi, sul piano delle esigenze, si deve rilevare che, nel gennaio 2008, fu applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari sulla scorta, sostanzialmente, del medesimo materiale indiziario posto a base anche dell'odierna ordinanza.
Pertanto, al di là delle alchimie dirette forzatamente a sostenere un'inverosimile attualità dell'esigenza, resta il dato insuperabile del sostanziale giudicato cautelare in ordine alla carenza del concreto pericolo di recidiva.
Né, d'altro canto, ha alcun pregio l'affermazione usata dal Gip a pag. 898 dell'ordinanza, secondo cui la misura applicate sarebbe "in grado di allontanare l'indagata dal contesto nel quale sono maturati i fatti per cui è processo, inibendo l'espletamento delle pubbliche funzioni assolte".
L'affermazione, infatti, è assolutamente pretestuosa per due ordini di motivi. Innanzitutto perché non vi è alcun nesso tra la funzione pubblica di presidente del consiglio regionale svolta dalla Lonardo ed i reati a lei contestati, in nessuno dei quali assume rilievo la carica stessa.
Per l'altro verso perché la tipologia delle condotte contestate alla Lonardo (promozione di associazione per delinquere, concorso morale nei delitti scopo, ecc.) prescinde del tutto dalla necessità della sua presenza materiale in una specifica area territoriale.
Pertanto appare palese l'inquietante funzione esclusivamente sanzionatoria e squisitamente affittiva della limitazione della libertà personale imposta al di fuori del rigoroso regime voluto dal legislatore in punto di concretezza della asserita pericolosità sociale.

* * *

Il Tribunale del Riesame non ha accolto il ricorso presentato dai difensori di Sandra Lonardo, confermando il divieto di dimora in Campania e nelle sei province limitrofe, così come aveva deciso il gip Anna Laura Alfano.

Provvedimento confermato anche per il consigliere regionale Udeur, Nicola Ferraro, mentre per l'ex direttore amministrativo dell'Asl Benevento 1, Ruggero Cataldi, il divieto di dimora è stato circoscritto alla sola provincia di Benevento.
Fonte: Epicentro Benevento
Sei qui: Home News Notizie dalla provincia Inchiesta Arpac, la difesa di Sandra Lonardo
Find us on Facebook
Follow Us