Pensieri, parole e ricordi

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ErnestoRicordare Ernesto e compararlo col personaggio de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, è, per me, un tutt’uno.

Le battute di Jep Gambardella, il protagonista del film, sono diventate oggetto di culto e la più famosa e la più citata è quella in cui dice … la più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto i sessantacinque anni è che non posso perdere più tempo a fare cose che non mi va di fare. Battuta splendida che Ernesto aveva messo in atto da sempre, nel senso che lui ha fatto e detto sempre quello che pensava senza ipocrisie (peccato mortale del nostro tempo!) ed infingimenti e senza aspettare gli anni della pensione.

 

 

Era un amico: un’amicizia nata nella piazza e nei vichi di Ceppaloni quando eravamo piccoli, abitavamo a pochi metri di distanza in via Piazzetella, ed è continuata tutta una vita. Si avverte l’assenza di chi incontravi ogni giorno nella piazza del paese, e, mentre scrivo, mi sembra di vederlo, nel periodo estivo, ritornare dalla sua passeggiata mattutina col “bastone da profeta” in mano col quale ti indicava la strada del bar per prendere il caffè che era quasi gioco forza accettare, altrimenti ti guardava in maniera torva, ma sempre con un sorriso accattivante. Pronto sempre a fare due chiacchere che diventavano subito quattro, otto, fino a moltiplicarsi in maniera esponenziale: diventava un fiume in piena difficile da arginare. Ricordo, alcuni anni fa, quando, per concludere, gli dissi: Ernè, che ce dicimmo a fà parole amare … rimase un po’ perplesso, ma ci salutammo. Andò bene per alcune volte, ma alla terza, capita l’antifona, rispose un po’ piccato: te ne jesci cu sta canzone, ma qua stiamo parlando di cose serie … catturandoti di nuovo ad un ascolto che quasi non ammetteva contraddittorio!!

Ed aveva ragione perché il suo più grande cruccio era vedere il paese andare alla deriva senza che nessuno si preoccupasse di trovare eventuali soluzioni. Ecco perché criticava con forza istituzioni pubbliche e religiose e teneva a sottolineare che le stesse cose le aveva già dette direttamente alle autorità interessate. E gli credevo perché aveva la sana abitudine di parlare in maniera chiara e diretta, e aveva ragione da vendere anche quando affermava che nel paese (forse un po’ in tutti i paesi?) il giuoco più praticato era quello delle tre scimmie: io non vedo, io non sento, io non parlo.

Ma questo era solo un aspetto della vita poliedrica del Pugliese, come lo chiamavo, che a fine anni cinquanta diventò provetto batterista (era bravo) servendosi dei tavoli di fòrmica verde che erano davanti al bar di nonna Clelia, dove, al massimo, a volte, compravamo un cono gelato da cinque lire: il tempo di aprire la bocca e scompariva.

La sua fu una passione travolgente che lo portò a comprare una vera batteria che sistemò a cas’ i ze’ Richetta, nonna paterna che gli voleva un bene incredibile, dove lui dormiva. Da quel momento, con la sua stanza, che apriva su di un terrazzino, aperta a tutti, iniziammo a concertare e formammo un complesso: Gli Incompresi, e mai nome fu più appropriato! Nomen omen, dicevano i latini. Solo a titolo di cronaca: il trio era formato da Ernesto alla batteria, da Antonio Maio alla chitarra e dal sottoscritto come voce solista, e, in verità, non ce la cavavamo troppo male.

Sarebbero tante le cose da raccontare; di quando andò a Milano, Trezzano sul Naviglio, o presso la Società Autostrade: u’ repertorio con Ernesto non finiva mai, perché, in ogni circostanza, capace di battute fulminanti che ti lasciavano di stucco; alcuni anni fa eravamo al bar con degli amici e ascoltava senza intervenire (molto strano), per cui qualcuno, poco accorto (!!), chiese come mai non partecipava alla discussione e lui rispose che era concentrato in un … silenzio selettivo … che subito dopo diventò un eloquio dilagante.

E’ giusto ricordare che è stato, per molti anni, l’unico ad animare la vita culturale del paese: mise in scena alcune commedie di Eduardo De Filippo come Filumena Marturano, Napoli Milionaria, Natale in Casa Cupiello, Non ti pago, Questi Fantasmi; fece recitare testi impegnativi a giovani che fino allora avevano declamato al massimo la poesia di Natale. Tutti “attori” del luogo, come dimenticare Concettina Tranfa, Carlo Pugliese, Remigio Testa e tanti altri. Questi Fantasmi fu rappresentata anche al Teatro “Massimo” di Benevento. Ricordo che l’unica rappresentazione teatrale realizzata a Ceppaloni risaliva alla metà degli anni cinquanta (!) quando, parroco Don Laureato Maio, i giovani dell’Azione Cattolica portarono in scena un testo molto ostico: Vandea[1].

Ernesto impegnò le energie migliori e tutto il tempo libero che gli lasciava il lavoro, cassiere di una banca di Benevento, per creare la “Compagnia Sperimentale Teatrale” di Ceppaloni nella quale credeva fortemente e che gli aveva dato grandi soddisfazioni.

Sempre pronto a collaborare con la scuola del paese con la quale realizzò, tra i tanti spettacoli, ad esempio, nel 1977, il dramma: Mamma vivrà … di cui è possibile vedere la foto con i docenti della scuola elementare e media. Fu chiamato dalla direzione dell’Ospedale “Fatebenefratelli” di Benevento per mettere in scena una commedia di Eduardo che fu accolta in maniera estremamente positiva.<

Un grande successo ottenne con la rappresentazione, durante il periodo pasquale, della “Morte e Passione di Gesù Cristo” che oltrepassò i confini locali e provinciali, migliaia di persone arrivavano al paese per assistere alle “stazioni” attraverso le quali nostro Signore giungeva alla sommità del Golgota: un percorso fortemente espressivo che partiva dal castello per arrivare sul ”Deposito”, l’incrocio che porta a S. Croce – Barba- S. Giovanni.

Ma nel nostro paese (forse un po’ in tutti i paesi?) si trova sempre il modo per intralciare ciò che di buono si vorrebbe realizzare … anche se a costo zero!

 

Perciò aveva ottime motivazioni per lamentarsi dell’insipienza di chi, pur dovendosi impegnare per creare, per il paese e per il Comune, occasioni d’incontro, di confronto, di scontro che solo potevano (e possono) elevare il tono culturale complessivo … faceva orecchi da mercante, cercando, con tecniche di temporeggiamento, di rinviare alle calende greche le cose da fare. Senza dimenticare, aggiungo io, che nel momento in cui si smette di pensare e di sentire, si diventa incapaci di pensare e sentire come in una sorta di anestesia della ragione e del sentimento che finisce col coinvolgere l’intera comunità.

A volte, seduto davanti all’entrata del “Barber shop” del paese, tutto intento a risolvere il suo cruciverba, faceva finta di non accorgersi della tua presenza, ma appena dicevi, a mò di saluto, … u’ Puglies sta troppo occupato per salutare gli amici, alzava lo sguardo e, sorridendo, ti invitava a restare con lui per fare quattro chiacchere! E, alcune volte, al mio diniego diceva: ma vai sempe e press, trova nu poco e tiemp pe te fermà, si pensionato comm’ a me o no!

 

L’ultimo ricordo risale a pochi giorni prima della sua morte quando, in ospedale, nel salutarlo, mi prese la mano e la strinse in modo così forte da procurarmi una strana sensazione. Mentre andavo via capii che, forse, era stato il suo modo di congedarsi da un amico che non avrebbe più rivisto.

 

Non è possibile racchiudere in poche note e brevi ricordi il cammino di una vita, ma, la mia vuole essere una semplice testimonianza per un amico che non c’è più e che saluto con una poesia del poeta – filosofo R. Tagore:

 

La morte non è

Una luce che si spegne.

E’ mettere fuori la lampada

Perché è arrivata l’alba.

 

Beniamino Iasiello

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]   Insurrezione, 1793, dei popoli della Vandea contro il governo rivoluzionario francese

Commenti   

 
+3 #1 Cugino di ErnestoCarlo Porcaro 2019-11-20 16:53
Beniamino mio caro amico di vecchia data, piĂą belle ed azzeccate parole non potevi trovare per parlare di una grande persona che non potremo mai dimenticare. Lo hai ricordato in pieno come meglio non potevi ho rivisto tutti momenti e le espressioni i suoi gesti ed il suo sguardo. Mi manca molto.
Grazie Beniamino, una dedica splendida.
Carlo
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