Ancora qualche libro

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benjaminSembra che l’intera letteratura mondiale da alcuni anni a questa parte non riesca a produrre quasi niente di veramente valido. Anche romanzi come “ Il Cardellino”, di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014 e grande successo di vendita, nonostante le oltre novecento pagine, e con recensioni critiche molto positive, in fondo non  resterà  tra i classici della letteratura. Sarà  questo il motivo per cui, da alcuni anni, il “noir” è diventato protagonista della top ten letteraria sia in Italia che all’estero.

 

 

 

 

Dovessi, però, suggerire ancora  qualche titolo per l’ estate ricorderei “ Il Libro delle mie vite” (2013) di Aleksandar Hemon, (tra i  più grandi scrittori  del nostro tempo),  ed “Era mia madre (2016) di Iaia Caputo. Il primo è una autobiografia in quindici  “stanze” nelle quali l’autore racconta la sua vita da studente a Chicago dove viveva quando scoppiò nel 1992, a Serajvo, la guerra che non gli permise di  ritornare  in patria. Quindici stanze di cui l’ultima, L’acquario, per la violenza del dolore che racconta, diventa difficile da dimenticare, perché  la sofferenza vissuta che si trasforma in tragedia comporta un’empatia totale del lettore con l’autore. Egli racconta della morte per tumore della sua seconda figlia Isabel di nove mesi: da un controllo di routine e dopo ulteriori analisi, viene diagnosticato un tumore (teratoide rabdoide atipico) altamente maligno ed estremamente raro che colpisce tre  bambini su un milione. Inizia la tragica odissea di Hemon e Teri, la moglie, che si concluderà dopo 180 giorni dalla scoperta della malattia; Isabel muore e qui vi sono pagine di straziante umanità di chi mai sarebbe riuscito ad immaginare l’intensità del dolore … che abbiamo provato quando abbiamo presa tra le nostre braccia nostra figlia morta, la nostra splendida figlia dal sorriso inestinguibile … e le baciavamo le guance e le dita dei piedi. La mia bambina, la mia bambina …

Gli antichi greci ritenevano che  muore giovane chi è caro agli dei, ma Aleksandar - oltre che vietare l’accesso nella stanza  al cappellano dell’ospedale e stare … alla larga da chiunque avrebbe potuto offrirci il conforto della banalità suprema, Dio  -   alla fine della sua “stanza” scrive che non c’è una credenza religiosa più meschina che ritenere che la sofferenza, il dolore possano rappresentare un percorso di illuminazione o  di salvezza … la morte e la sofferenza di Isabel  non hanno fatto niente né per lei  né per noi  né per il mondo. L’unico esito importante della sua sofferenza è stata la sua morte. Non abbiamo imparato alcuna lezione che valesse la pena di imparare, non abbiamo acquisito alcuna esperienza che possa giovare a chicchessia.  E Isabel non è certamente ascesa  a un posto migliore, perché mai ci fu posto migliore per lei del seno di Teri, del fianco di Ella  (la sorella maggiore) o del mio petto. Senza Isabel , io e Teri siamo rimasti con oceani d’amore che non potevamo più professare. L’indelebile assenza di Isabel oggi è un organo nei nostri corpi la cui unica funzione è secernere un dolore continuo.

Nel rileggere  queste pagine di Hemon, mi è tornato in mente un articolo del Corriere della Sera di qualche giorno fa che riportava le parole di Mickael Covieau  che vide sulla “Promenade des Anglais”il proprio figlio, Yannis, di quattro anni maciullato dal tir … e quando raggiunge l’ambulanza  vede un infermiere che abbassa lo sguardo e il medico gli dice: è  finita. Il figlio è avvolto in un lenzuolo bianco. Glielo passano, con delicatezza: Mia moglie urlava, non smetteva di urlare. E io lo tenevo in braccio, il mio bambino, morto, il mio unico figlio. Non so quanto tempo sono rimasto così.  Mickael e Alexandar testimoniano con le identiche parole l’immane tragedia che li ha colpiti: a testimonianza che il dolore, la sofferenza sono universali e si manifestano allo stesso modo in tutte le famiglie e in tutte le culture. Perciò non ho mai capito l’incipit di  “Anna Karenina” quando Lev Tolstoi  scrive che tutte la famiglie felici si assomigliano, mentre ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo.

Era mia madre, della scrittrice napoletana Iaia Caputo,  è la storia di Alice che, nei giorni in cui la madre è in coma, a seguito di una emorragia cerebrale, ha il tempo per scoprire un mondo, quello della madre, di cui lei non conosceva niente, si rende conto di non sapere chi quella donna  sia stata. La domanda che mi ponevo, mentre leggevo, era: ma che sanno i figli dei propri genitori? Credo niente. Quali sono stati loro sogni, le loro speranze, i loro desideri, le loro pulsioni; qual è stato il senso della vita, quale l’orizzonte entro cui  la vita continua a scorrere.  Hanno mai chiesto come hanno vissuto: sanno della loro precarietà, della loro fragilità o delle loro certezze.  Semplicemente: NO.  Ma così va il mondo e in un incessante divenire le generazioni sembrano ripercorrere sempre lo stesso cammino.  E’ un libro che vale la pena di leggere.

Se poi qualcuno volesse addentrarsi in qualche lettura più “forte”, consiglierei il libro di Amos Oz “Giuda” (2014)dove il tradimento dell’apostolo, visto alla luce dei vangeli apocrifi, non fu altro che l’esecuzione di un ordine di Gesù stesso per poter realizzare il suo disegno.  Impegnativo, ma molto interessante.

Beniamino Iasiello

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