In medio stat virtus. Elogio dell’equilibrio, evitando gli estremi

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avvocato

di Carmine Tranfa

Anche se questa famosa espressione fu coniata dai filosofi scolastici medioevali, già Aristotele, scienziato greco vissuto dal 384 al 322 avanti Cristo, affermò: “il mezzo è la cosa migliore”. Ovidio, principale esponente della letteratura latina e della poesia elegiaca, nelle “metamorfosi”, coniò la frase “medio tantissimus ibis” (seguendo la via di mezzo, camminerai sicurissimo). Orazio, poeta dell’antica Roma, nelle “satire”, scrisse: “est modus in rebus” (c’è una misura nelle cose). Questi grandi pensatori del passato ci hanno insegnato che dobbiamo liberarci della “schiavitù del superfluo” e accontentarci di ciò che ci “passa il convento” ossia di adattarci ad ogni situazione, non avendo altre possibilità. Il grande avvocato romano Cicerone affermò: “quasi in tutto la via di mezzo è la migliore”. 

 

 

La morale di tutto ciò è l’elogio della saggezza, della misura, della moderazione e dell’equilibrio. Gli estremi e gli eccessi sono da evitare. Per esempio il consumo moderato di alcol, tabacco e sesso, fanno bene alla salute, sia dal punto vista fisico che psicologico (come asserito da tecnici della materia). Anche Gesù ha dato un grande valore alla serenità mentale, alla vita pacifica e al perdono Cristiano che è manifestazione di moderazione. Ha messo l’umanità in guardia contro l’attaccamento ai tesori terreni, futili, frivoli ed effimeri. Ovviamente la moderazione e l’equilibrio sono cose ben diverse dalla mediocritàIl mediocre è una persona di poco valore, scarso, limitato ed insignificante. Anche l’ordinamento giuridico italiano, in particolare l’art. 114 del codice di procedura civile, prevede che, su richiesta di parte, il Giudice si pronunzi con equità. Trattasi di un criterio di definizione del giudizio, non stabilito dalla legge, ma rimesso al senso di equilibrio del Giudice. Come pure l’art. 116 codice di procedura civile: “il Giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti”. L’art. 1176 codice civile è ancora più chiaro: “nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”. Anche nel diritto penale sono previste le “circostanze attenuanti generiche” ovvero quelle che consentono al Giudice di ridurre la pena, per esempio, quando l’imputato ha dato prove concrete di ravvedimento o di pentimento oppure ha avuto un comportamento processuale corretto, moderato e collaborativo. Ma senza il senso della misura anche un fatto piacevole può ottenere l’effetto inverso e contrario. Per esempio il suono delle campane, rappresentato in tante e bellissime poesie ed esaltato dalla letteratura mondiale, se troppo forte e prolungato nel tempo, può causare disagi ai cittadini che abitano nei pressi della Chiesa. Oltretutto l’art. 659 del codice penale punisce con la pena dell’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino ad Euro 309,00 “chiunque, abusando di strumenti sonori, disturbi le occupazioni ed il riposo delle persone” (Cassazione – Sentenza n. 443 del 19/09/2000: “i rintocchi di campane non possono superare i limiti di accettabilità fissati dal D.P.C. 14/11/1997).

In materia è intervenuta anche la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) la quale, con la Circolare n. 33/2002, ha dato mandato ai Vescovi di regolamentare l’uso delle campane nelle varie parrocchie. A seguito di ciò, è prassi diffusa di stabilire la durata massima dello “scampanio”, solo per le occasioni liturgiche, in 3 (TRE) minuti. Ritengo di aver dimostrato che le “stelle più luminose” le quali devono indirizzare il nostro cammino sull’equilibrio, la ponderazione, il perdono cristiano e il sapersi accontentare del poco, anche nella considerazione delle condizioni di estremo disagio in cui sono vissuti la stragrande maggioranza dei nostri antenati a causa di guerre, carestie, mancanza di acqua, pestilenze, emigrazioni, ecc, oppure tenendo conto dello stato di estremo disagio in cui versa, ancora oggi, la maggior parte della popolazione mondiale. 

Non ci dimentichiamo che la scuola medica salernitana, la prima istituzione medica nell’Europa del Medioevo, antesignana delle moderne Università, seguace di Ippocrate (padre della medicina), aveva posto, tra i principi fondamentali del buon vivere, questa frase: “se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: animo lieto, quiete e dieta moderata”. 

Ancora oggi il “giuramento” di Ippocrate impone ai medici di “agire per l’esclusivo bene del paziente, nel pieno rispetto della persona e del segreto professionale, di prestare la propria opera con diligenza, perizia e prudenza, secondo scienza e coscienzaIl giovane medico giura, altresì, di curare tutti i pazienti con eguale scrupolo ed impegno, prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale ed ideologia politica e di rispettare i colleghi, anche in caso di contrasto di opinioni. 

Abbiamo necessità di credere che, almeno loro (i medici), non ci abbandoneranno, fino alla nostra fine e che rispetteranno, sempre, il loro “giuramento”. Consideriamo una finzione il film “il medico della mutua” diretto da Luigi Zampa e magistralmente interpretato da Alberto Sordi, laddove il regista mette in evidenza la “piaga” dell’assistenza sanitaria, già nell’anno 1968, ossia oltre 50 anni fa.

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