Gli incassi derivanti dalle prestazioni professionali della prostituzione sono tassabili

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avvocatodi Carmine Tranfa

Secondo la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, in Italia sono 9 milioni i clienti delle prostitute, stimate in circa 70.000, di cui più della metà straniere, con un giro di affari annuale di oltre 5 miliardi di euro (fonte: starting finance dell’8/3/2019 di Francesco Rossi).

Di conseguenza esistono numerose proposte di legge, le quali prevedono di creare zone dedicate alla professione e la possibilità di esercitarla in casa, con rigorosi controlli sanitari. Ciò, ovviamente, favorirebbe anche gli accertamenti degli Uffici Fiscali (fonte: la Repubblica del 18/7/2015 a firma di Filippo Santelli).

 

Ma già oggi le prostitute hanno l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi. Lo ha stabilito la Suprema Corte con le sentenze n. 22413 del 4/11/2016 e 15596/2016, anche se il settore andrebbe disciplinato con un’apposita legge dello Stato, la quale si estende “erga omnes” (verso tutti).

Le suddette decisioni hanno statuito: “se l’attività è esercitata in forma abituale, trattasi di redditi assimilabili al lavoro autonomo; se la stessa viene espletata in modo occasionale va, comunque, compilata la sezione “redditi diversi”. La prostituzione occasionale non sconta l’IVA al 22%, mancando il requisito dell’abitualità. Ricordiamoci comunque che il costo medio per ogni prestazione è di 50 euro (trattasi di stime statistiche).

Le professioniste devono emettere fattura. Nell’oggetto devono scrivere “prestazione di servizio” e pagare l’IRPEF e l’I.V.A. sull’importo pattuito “per il lavoro svolto”. Ovviamente deve trattarsi di scelta volontaria espletata da non minorenni.

In sintesi la Corte di Cassazione ha stabilito che trattasi di lavoro “legale”, sia pure non direttamente regolamentato e, pertanto, è sottoposto al regime e agli obblighi fiscali connessi all’attività svolta (fonte: informazione fiscale del 17/07/2017). A parte la considerazione che anche i proventi derivanti da attività illecite sono tassabili (Cass. sent., 27357/2019), a maggior ragione deve essere riconosciuta natura reddituale all’attività di prostituzione, di per sé, lecita.

Quindi l’Erario dà “il buon esempio” in quanto, oltre ad incassare una montagna di euro dalla vendita del tabacco, dell’alcol, dai proventi di giochi e scommesse varie, ecc. incamera anche dalla prostituzione, pur se non è possibile conoscere le entrate effettive annuali provenienti da queste attività, in quanto, sulla dichiarazione dei redditi, va indicato il codice generico di “attività di lavoro autonomo”.

Il lavoro autonomo è disciplinato dall’art. 2222 del Codice Civile, il quale recita: “è lavoratore autonomo colui che presta o fornisce un servizio in proprio senza che esista un rapporto di subordinazione con il datore di lavoro”. Di conseguenza “il meretricio” ossia l’offerta di prestazioni sessuali a scopo di lucro (enciclopedia treccani), è stato equiparato ad un’attività di lavoro autonomo. Oltretutto, l’art. 2035 del Codice Civile annovera la prestazione sessuale, dietro corrispettivo, tra le obbligazioni naturali. L’art. 2034 Codice Civile, ribadisce: “non è ammessa la restituzione di quanto spontaneamente versato”. Quindi, se c’è stato consenso tra le parti contraenti, l’operatrice non è tenuta alla restituzione della somma ricevuta per il pagamento della prestazione.

La controversia è scaturita dal fatto che una donna, pur non avendo mai presentato la dichiarazione dei redditi, risultava intestataria di auto di lusso e proprietaria di appartamenti. Inoltre dagli accertamenti bancari è scaturito che la stessa era intestataria di svariati conti correnti attivi e di gestioni patrimoniali. Per questo veniva assoggettata ad accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

La Signora proponeva ricorso contro l’accertamento sostenendo la non tassabilità dei redditi accertati in quanto proventi dell’attività di prostituzione dalla stessa esercitata.

La famosissima legge promossa dalla senatrice socialista Merlin n°75 del 20/02/1958, fu molto contrastata in quanto c’era il timore che la diffusione della prostituzione in strada avrebbe aumentato le malattie veneree(cosa che in effetti avvenne). La suddetta legge abolì le “case di tolleranza” cioè quei luoghi privati dove veniva esercitata legalmente la prostituzione, con il permesso dell’Autorità. Ovviamente tutto ciò comportava grossi incassi per lo Stato, mediante l’imposizione di tasse specifiche. La Legge n°75/1968, afferma, che lo Stato non può trarre profitto dalla prostituzione.

La Legge Merlin regola tuttora il fenomeno in Italia, sebbene esistano tantissime proposte di riforma (dopo oltre 60 anni).

La Suprema Corte ha posto fine alla questione, statuendo che, di per sé, l’attività di prostituzione è priva di “PROFILI DI ILLICEITA’ ”e quindi non costituisce reato. Invece è punito anche penalmente, lo SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE.

Chi esercita l’attività professionale e non occasionale di “meretricio” deve munirsi di partita IVA, in quanto l’art. 3 comma 1 del D.P.R. n. 633/1972 (IVA), recita “costituiscono prestazioni di servizio, le prestazioni verso corrispettivo, dipendenti da contratti o da obbligazioni di fare, non fare o di permettere, qualunque ne sia la fonte”. IL CONTRATTO, ANCHE ORALE, HA VALORE GIURIDICO(art. 1322 Codice Civle). Trattasi di attività tassabile ai sensi dell’art. 6 del D.P.R. n. 917/1986 – T.U.I.R. – Testo Unico Imposte Dirette – nonché in base all’art. 5 del D.P.R. n. 633/1972 (I.V.A.). L’esercizio dell’attività di prostituzione, se abituale, genera redditi assimilabili al lavoro autonomo; se occasionale produce redditi rientranti nella categoria residuale di redditi diversi (Cass. Sent. 15596 del 27/7/2016.

In sintesi ad una prostituta non è vietato ricevere i clienti nella propria abitazione in quanto il domicilio ove costei vive non viene considerato “casa di prostituzione”. Lo stesso per il meretricio per strada, purché non vengano commessi atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 Codice Penale).

Le imposte più gravose restano sempre l’IRPEF e l’I.V.A. le quali assicurano il 55% del gettito tributario totale, che, nel 2017, è stato pari a 503 miliardi di euro.

NON A CASO L’ITALIA, NELL’UNIONE EUROPEA, E’RIUSCITA “A PIAZZARSI” AL SESTO POSTO PER PRESSIONE FISCALE (IMPOSTE, TASSE, TRIBUTI, ACCISE E CONTRIBUTI PREVIDENZIALI SUL PIL – PRODOTTO INTERNO LORDO - OVVERO LA RICCHEZZA PRODOTTA DAGLI ITALIANI IN UN ANNO).

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