"Ceppaloni all'’ultima stazione"

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Cari ceppalonesi, compaesani
sventurati, vi scrivo “immischiandomi” ancora una volta nei fatti vostri (cioè nostri) fregandomene tranquillamente del perentorio invito, rivoltomi da alcuni di voi, a restarmene a Milano e a non venire giù “a romperci i cog….ni”. Un invito del quale, come ho poi scoperto, non sono stato io l’unico destinario ma anche altri amici e amiche (Adriana Iasiello, tra questi) che, come me, onostante vivano altrove, continuano a perseverare nell’assurdo vizio di considerarsi ancora membri effettivi dell’ormai esigua comunità ceppalonese.
Certamente assai più di altri, magari originari di Paduli… L’aspetto più curioso di questo atteggiamento di rifiuto, è che a ceppaloni, pur in presenza d’un processo di desertificazione inarrestabile, molti dei “superstiti” tendono sempre più a chiudersi, a diventare tribù. E infatti la tribù, come insegnano storia e sociologia, contempla la chiusura totale verso l’esterno, il rifiuto degli altri, dei diversi.
Di quelli, cioè. che ti costringerebbero a modificare comportamenti e relazioni. Quindi anche a pensare…. Questo ho percepito durante la mia ultima permanenza durata quasi tre settimane. E da ciò ho dedotto che ormai solo un miracolo può salvare il nostro paese. E’ inutile cullare illusioni: siamo alla soglia del coma profondo. O forse ci siamo già dentro, e non ce ne siamo accorti. Mi coinvolgo anch’io in questo triste destino non certo per puro spirito di solidarietà. Incombe su di noi una catastrofe sociale, una “eutanasia civile” che, probabilmente, è “solo” il risultato d’un periodo di tenebre durato oltre 30 anni durante il quale intere famiglie e almeno un paio di generazioni, sono state obbligate a venerare il “pensiero unico mastelliano”, cioè quel modo di pensare, di vivere, di affidare la propria esistenza alla scatenata libidine del potere che, alla fine, ha fatalmente travolto il famoso duo “Sandra & Clemente”. Quell’incredibile coppia, è inutile nasconderlo, vi (ci) ha tenuto per le palle tutti, dai più avvertiti ai più ingenui, dai più acculturati ai meno preparati. Dopo il Trentennio in cui ha predominato quel “pensiero
unico (e debole)”, siamo finiti dritti nell’elenco dei paesi simboleggiati dalla bandiera bianca: luoghi sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione. “I paesi della bandiera bianca (scrive Franco Arminio nel libro “Vento forte tra Lacedonia e Candela”. Ve lo raccomando vivamente) sono quelli che vengono visitati solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da questo punto di vista è la disgrazia ideale. Ce ne sono tanti e sono i meno frequentati. Non hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto. Per il resto dell’anno, questi paesi che non hanno il mare e non hanno la montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al paesaggio”. Siamo finiti nel girone di coloro che non hanno più alcuna speranza, ammettiamolo. Ceppaloni s’avvia lentamente verso la fine segnata. E nella sua marcia dolorosa è accompagnato dai pochi reduci che ormai si ritrovano senza idee e senza forze per ribellarsi a un destino segnato da altri. L’immagine dell’agonia di Ceppaloni è plasticamente rappresentata da tre situazione straordinariamente emblematiche che si possono abbinare (siamo in clima di Festival del Cinema) ai titoli di alcuni famosi film. C’è l’attesa, disperata e vana, di qualche cliente che spinge ogni giorno “zia ‘Ndonia d’o Ruoccio”, ad aprire e chiudere il suo decrepito bar ormai frequentato solo da fantasmi (“Aspettando Godot”). E poi la “favolosa” storia della restaurazione del Castello, sbandierata insieme a una cifra (5 milioni di euro) che ormai viene raccontata da anni e che nessuno sa se e quando finirà. Una favola diventata una grande “presa per il culo”. Chissà se un giorno si passerà dalla finzione alla realtà. (“Il Castello dei ricordi”). Per la cronaca, e per i contabili, un restauro appena decente d’un maniero di tali fattezze, richiede, tanto per partire, cifre ben più sostanziose. Diciamo tra i 30 e i 50 milioni di euro. Altro che 5… Intanto, mentre il castello va in rovina, i lavori del “Green park” a San Giovanni vanno avanti celermente, salvo un blocco momentaneo provocato da una piccola seccatura burocratica Ma lì, a San Giovanni (e conseguentemente, a Ceppaloni) è attiva e operosa una ben precisa lobby che si divide tra giornali, Municipio e Uffici comunali. Niente da dire contro le lobby. Ma a patto che siano finalizzate al bene… Comune, e non solo al bene personale di alcune famiglie tra San Giovanni e
Beltiglio. Anche se bisogna ammettere che a Ceppaloni “fare lobby” è impresa impossibile. Dicono per colpa d’un atteggiamento estremamente individualistico dei ceppalonesi. Ma forse è più invidia che individualismo. La conosciamo bene, l’invidia che rode tanti tra noi. E i mille, perversi effetti che ha provocato… L’ultima situazione “emblematica” l’ho vissuta personalmente un martedì, giorno di chiusura
del “Bar dei ragazzi”. Alle 19 di sera d’un giorno d’agosto mi sono trovato improvvisamente in una piazza semideserta. Per curiosità mi sono messo a fare la conta. Di umani, compreso me, ce n’erano 9 (tre ragazzi intorno a un motorino e cinque adulti seduti nella “villa”), 38 le auto parcheggiate e 16 i cani in giro. (Facile il titolo: “Quel pomeriggio d’un giorno da cani”). Ecco, quel giorno ho avuto la precisa consapevolezza che il futuro di Ceppaloni è un “non futuro”. Forse è inutile anche sperare. Ma poi, sperare in che. E soprattutto, in chi? Troppe le occasioni svanite, innumerevoli le possibilità sprecate grossolanamente. Abbiamo pensato di battere i “lobbisti” furbi e bene infiltrati, nonché i “delfini” del “duo di San Giovanni”, mettendo in campo forze scadenti e sfibrate e contando unicamente su un irrazionale
senso di rivincita. O di vendetta. Senza lucidità mentale, senza un progetto preciso e condiviso, non si va da nessuna parte. Anzi, a Ceppaloni da qualche parte si va Si precipita nel Ripone… E’ questo il destino che ci meritiamo? Forse si, forse no…Comunque proviamo a darci qualche risposta. Con coraggio e senza ipocrisie. Parliamo anche di persone vere, di chi ha avuto ruoli e responsabilità. Non solo dei coniugi Mastella (qualcuno, forse, sta per chiedergli il conto) ma anche dei Nino Rossi, dei De Blasio Brothers’s, dei Carmine Tranfa, dei Cataudo, dei tanti che a Ceppaloni sono stati eletti nelle varie amministrazioni. Analizziamo le loro “prestazioni”, la loro “opera”. Non è un Processo Pubblico quello che dobbiamo inscenare, ma una verifica, precisa e non vendicativa, dei meriti e delle colpe di ciascuno. Se Ceppaloni è ridotto in queste condizioni, sarà pure colpa (o merito…) di qualcuno, o no? Non serve a nulla attaccarsi al “destino cinico e baro”, a rinchiudersi in se stessi, a rifiutare coloro che “ci rompono i cog…ni” solo perché ci mettono davanti alla nostra deprimente realtà. Chissà, forse sto sbagliando io; forse il mio atteggiamento, estremamente amaro, è probabilmente esasperato dalla disillusione. Ma credetemi, è insopportabile non riuscire a trovare nemmeno un minimo segno di speranza…Né nelle cose, né negli uomini. Spero tanto di sbagliarmi.
Nino Russo (che “sta a Milano”)".
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