Luce e storia nella finestre della memoria

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Achille Storia di Achille Vitelli, il pittore della "Chiesa Madre di Ceppaloni".

Scorci architettonici, comparse, studiati tagli prospettici, giochi di luce e storia. Questi sono solo alcuni degli elementi che convergono nella mostra “Achille Vianelli: da Posillipo a Santa Sofia - Soggetti beneventani dalle collezioni del Museo del Sannio” curata da Domenico Facchino e Luigi Mauta dell’Associazione culturale Arte Litteram, da oggi pomeriggio alle ore 18 aperta al pubblico nelle sale del Museo del Sannio.

 

L’evento, patrocinato dal Settore Relazione Istituzionali, Affari Generali, Presidenza e Sistemi Informativi della Provincia di Benevento, con la supervisione scientifica ed il coordinamento della Dott.ssa Vega de Martini – Soprintendenza BAPSAE di Caserta e Benevento, ha l’obiettivo di mostrare gli angoli di una Benevento della seconda metà del XIX secolo con gli occhi di un grande artista di origini liguri, precisamente natio di Porto Maurizio, che con le sue opere ci ha lasciato in eredità tante “finestre della memoria” sulle opere architettoniche più rappresentative dell’allora piccola enclave pontificia. Si è scelto quindi di esporre, per la prima volta dopo i recenti restauri, una selezione di opere di Achille Vianelli e della sua Scuola patrimonio del Museo del Sannio. Restauri indirizzati “sia al recupero dei manufatti dal punto di vista tecnico-materico sia ad un’azione manutentiva adeguata, informata ai più corretti criteri conservativi e di valorizzazione”. (Ferdinando Creta) Achille Vianelli nasce nel 1803 e ben presto (ad otto anni) si trasferisce con la sua famiglia ad Otranto, poi, orfano di madre, dal 1819 nella espansiva capitale del Regno delle due Sicilie. Studiò prima nello Studio di Wilhlem Huber poi in quello di Antoon Smith Pitlloo che “diede ai suoi giovani allievi – tra cui Francesco Gnaccherini e Giacinto Gigante - un insegnamento libero nello studio ospitale o all’aria aperta”. In questo periodo il giovane Vianelli abbandona temporaneamente la tecnica ad olio e si accinge, con risultanti espressivi rilevanti, nell’utilizzo dell’acquerello e della seppia per riprodurre le vedute paesaggistiche e architettoniche di Napoli. Qui fondò, nel 1825, con Giacinto Gigante la celebre Scuola di Posillipo, ma ben presto il nostro Vianelli “si sentì schiacciato dall’esuberanza e dalla notorietà del Gigante. Questa la ragione principale per cui decise di trasferirsi a Benevento, ma a questa se ne affiancava un’altra: la città, enclave pontificia nel cuore del sud Italia fin dall’epoca dei Normanni, era fuori dal Regno delle Due Sicilie ed il credo politico del Vianelli era configurato, per forza di cose, decisamente in senso antiborbonico”. (Vega de Martini) Varcò il sereno e raccolto territorio pontificio intorno al 1848 e si dedicò agli angoli più suggestivi della sua nuova città di adozione: dipinse la chiesa di S. Sofia con “il gioco di colonne che gli suggerisce nuovi e suggestivi punti di vista”; le vedute monumentali del solenne Duomo di Benevento “che gli ispira con i suoi angoli di ombre misteriose, dietro gli amboni o nell’interno delle festose cappelle barocche, e con la luminosità delle sue navate tracciate da lunghi filari di colonne marmoree...” (Mario Rotili) La sua carriera professionale si sviluppò anche Oltralpe dove si recava annualmente e dove era tanto noto da essere invitato da Luigi Filippo d’Orleans, re dei Francesi dal 1830 al 1848, ad impartirgli lezioni di acquerello. Nel 1850 aprì nel Chiostro della Chiesa di Santa Sofia a Benevento, dove insegnavano i Fratelli delle Scuole Cristiane, una scuola di disegno e pittura frequentata da molti artisti locali come Luigi Petrosini (1830-1900) - in questa mostra esponiamo due sue opere “Chiesa di Santa Sofia” e “Interno Duomo di Benevento” – oppure come Gaetano de Martini (1840 -1917) il cognato di sua figlia Ludmilla, prima che questi si trasferisse a Napoli per frequentare lo studio di Domenico Morelli, non dimenticando mai il suo primo maestro che ritrasse nel suo studio in Palazzo San Filippo a Benevento. La produzione artistica di Achille Vianelli fu anche toccata dal suo liberismo sfrenato fino ad esaltarlo in due acquerelli in mostra “I cacciatori Irpini a Torre Palazzo il 2. IX. 1860 in attesa di entrare a Benevento” e “Fra Pantaleo entra in Napoli alla testa dei garibaldini” – entrambi datati e firmati nel 1860 - dove si evince, nei pochi giorni di differenza tra i due eventi rappresentati, l’entusiasmo per le vicende politiche prima dei volontari che dalla provincia di Benevento entrano fino al cuore della città, poi dell’ingresso trionfale di Giuseppe Garibaldi a Napoli. Il conoscere nuove terre, nuove strade portò Achille Vianelli a ritrarre anche gliscorci più caratteristici di molti paesi della provincia di Benevento, come per esempio “Chiesa madre di Ceppaloni” (1862) o “La chiesa di Paduli” o dimore private di particolare valore storico-artistico. Ma ritraendo Benevento riesce sempre a tracciare un suo preciso stato d’animo! Luminose visioni di vicoli ormai non più

esistenti nei bellissimi acquerelli “Il Pontile” dove si percepisce il vociare delle donne sedute ai lati delle strade, dei passanti, dei commercianti che con i loro carri traversano la piazza del Duomo. Alcuni fedeli vi entrano dentro e, inginocchiandosi a terra o nei basamenti delle maestose colonne, si stupiscono, alzando lo sguardo, ogni volta nell’ammirare gli affreschi del Castellano. Il silenzio inonda le ampie navate e il visitatore, agevolato anche dal piano a terra di ogni opera di Achille Vianelli, si muove come se fosse un fedele, un cittadino della Benevento dell’800, tra la gente in preghiera, tra le colonne, dal primo piano fino a scorgere il fondo della chiesa. L’ eccezionale documentazione grafica dell’artista si riproduce anche nel colorato acquerello che ritrae l’altare maggiore della chiesa del Ss. Salvatore, fresca anch’essa dei restauri orsini ani dopo i terremoti del 1688 e del 1702, e del tripudio di stucchi e di intonaci della Chiesa di Santa Sofia. Ma seguiamo gli abitanti di un’antica Benevento e ci appaiono altri tesori come “L’Arco di Traiano” o il sito de “I Santi Quaranta”, l’antico emporium di epoca romana compreso nell’area del Foro della città, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1934, o ancora “L’Arco di San Gennaro”: scenari che si svelano in un bagliore di luce che si poggia sulle scarne pietre e che raccolgono i personaggi ritratti in un’intimità del tutto obliata. È sembrato logico quindi esporre, almeno per ora, solo una selezione di  acquerelli che mostrassero l’eccezionale bellezza di questa città e di come queste opere-testimonianze riescano a dialogare con i reperti della sala museale che si affaccia proprio lungo quel Chiostro di Santa Sofia dove insegnò un grande artista di origini liguri e dove ora possiamo ammirare gli angoli di una distante vita quotidiana: tante “finestre della memoria”.

Fonte: Il Sannio Quotidiano 

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